ONU Conferenza droghe: l'Italia di Mantovano ribadisce il "No" a ogni apertura

Maria Novella De Luca
11 Mar 2026

Due giorni fa, a Vienna, Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche contro la droga e le altre dipendenze è intervenuto alla sessione plenaria della 69esima Commission on Narcotic Drugs (CND) delle Nazioni Unite, ribadendo la linea dura dell’esecutivo Meloni.


Mentre a livello internazionale il dibattito si sposta sempre più verso la riduzione del danno e la regolamentazione consapevole, l'Italia sceglie di blindare la propria posizione proibizionista.

Nel corso del suo intervento, infatti, il sottosegretario ha illustrato la posizione del Governo italiano sulle strategie internazionali di contrasto al narcotraffico e sull'importanza di un modello che metta al centro la prevenzione e il recupero sociale, escludendo categoricamente qualsiasi forma di legalizzazione o depenalizzazione per usi non medici.

"L'Italia resta fermamente contraria all'uso di sostanze stupefacenti per finalità non mediche e non scientifiche. Non riteniamo che alcun ordinamento giuridico debba riconoscere un diritto all'uso di droghe. Il nostro impegno è quello di intervenire prima che la diffusione di queste sostanze produca danni irreversibili", ha dichiarato il sottosegretario.

L’obiettivo dichiarato dal Governo è quello di intervenire precocemente per "ampliare gli spazi liberi dalle dipendenze", parlando di una responsabilità morale verso le future generazioni. Una visione che, di fatto, nega la distinzione tra sostanze e ignora le evidenze scientifiche sulla gestione dei consumi.

L'intervento di Mantovano arriva in un momento storico in cui il panorama globale sta cambiando. Mentre l'Italia si arrocca su posizioni ideologiche, paesi come la Finlandia e la Svezia stanno evolvendo i loro modelli per non puntare solo sulla repressione ma investire in un approccio più umano e scientifico, incentrato sulla salute pubblica, sui diritti umani e sulla prevenzione. Insieme ad altri stati nordici, infatti, promuovono attivamente politiche di riduzione del danno, evidenziando l'importanza di trattamenti, cura, reinserimento sociale e misure per ridurre i decessi legati alla droga. 

Ma il Governo italiano, ancora una volta, sembra scegliere di rimanere indietro, ignorando i fallimenti storici del proibizionismo e rifiutando di considerare modelli alternativi che potrebbero sottrarre fette di mercato alla criminalità organizzata.

A smontare la retorica italiana è arrivato soprattutto l'intervento dirompente del Presidente della Colombia Gustavo Petro. Il suo discorso, infatti, ha sollevato riflessioni profonde sugli effetti devastanti che il proibizionismo ha avuto sulla cannabis e sul suo impatto sociale in paesi come la Colombia.

"Il proibizionismo porta inevitabilmente alla creazione di criminalità organizzata e violenza", ha affermato Petro, ricordando con amarezza le "migliaia di colombiani che sono morti a causa di questa politica".

Secondo Petro, la guerra alla droga ha fallito nel suo obiettivo primario, finendo solo per alimentare il narcotraffico e la morte.

In un contesto dove la scienza dimostra che la regolamentazione protegge la salute pubblica e sottrae potere alle mafie, la delegazione di Vienna preferisce il ritorno al passato ma restare sordi al grido di dolore di un Paese come la Colombia e ciechi davanti ai successi dei modelli sanitari europei non dimostra  "responsabilità verso le future generazioni", ma una scelta politica che condanna il nostro Paese all'isolamento e all'inefficacia.

 

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Maria Novella De Luca