Addio "lieve entità": è guerra a consumatori e piccoli spacciatori

Maria Novella De Luca
01 May 2026

Mentre il resto del mondo sperimenta la regolamentazione, l’Italia di Meloni inserisce la retromarcia. Con un emendamento al "Decreto Sicurezza", scompare la distinzione tra piccolo spaccio e narcotraffico se la condotta è "abituale". Risultato? Carceri piene e mercati neri floridi.


La svolta repressiva è stata formalizzata lo scorso giovedì 16 aprile 2026, quando il Senato ha approvato un emendamento, fortemente spinto da Fratelli d’Italia, che riscrive drasticamente le regole dell’articolo 73 del DPR 309/90 (il Testo Unico sugli stupefacenti). La novità è un colpo di scure sulla cosiddetta "lieve entità": Una norma che elimina, di fatto, la distinzione tra piccolo spaccio e traffico organizzato

Non importa se si parla di pochi grammi o di una rete di sussistenza tra amici: se lo fai "spesso", per lo Stato sei equiparabile a un trafficante di alto bordo. Questo criterio si fonda su termini generici come abitualità, continuità, che lasciano spazio a interpretazioni punitive e, soprattutto, eliminano la discrezionalità del giudice nel valutare la reale portata offensiva del reato.

Quindi, ancora una volta, non stiamo parlando di colpire le mafie o i grandi traffici, ma di colpire gli ultimi, con una scorciatoia pericolosa: quella della “tolleranza zero”.

Tolleranza zero che non ha mai risolto nulla ma ha "effetti perversi" come spiega l’Unione delle Camere Penali Italiane, avvertendo che l’emendamento "introduce un automatismo" che sottrae al giudice ogni spazio di valutazione in concreto, precludendo una risposta sanzionatoria proporzionata al reale disvalore del fatto.

Fino ad oggi, infatti, il giudice poteva valutare se un episodio di spaccio fosse, appunto, di lieve entità basandosi su mezzi, modalità e circostanze. Ora entra in campo un automatismo pericoloso: se la condotta risulta posta in essere in modo "continuativo e abituale", il fatto non può più essere considerato lieve.

Il primo effetto collaterale è matematico: un aumento vertiginoso del sovraffollamento carcerario. Stiamo parlando di reati che, per logica e buon senso, dovrebbero essere gestiti con pene alternative, percorsi di recupero o sanzioni amministrative. Invece, si sceglie la via delle sbarre.

Questa politica ignora sistematicamente che il carcere, per chi commette reati di lieve entità, non è un deterrente ma un acceleratore di marginalità sociale. Si punisce il piccolo per non voler, o non poter, colpire il grande.

Il duro affondo di Riccardo Magi

In aula, il segretario di +Europa, Riccardo Magi, non ha usato mezzi termini per descrivere l'emendamento, definendo la strategia del governo come una delle scelte più "stupide, antiscientifiche e antieconomiche" della storia recente.

"Paragonare i consumatori e i piccoli spacciatori ai narcotrafficanti, eliminando la fattispecie della lieve entità, dimostra tutto il furore ideologico che guida queste politiche. Quale sicurezza pensate di garantire ai sei milioni di consumatori di cannabis, obbligandoli a rivolgersi a un mercato nero gestito dai narcotrafficanti?"

Magi ha poi concluso con un monito che suona come una condanna storica: "Più proibite, più fallite". Una frase che trova riscontro nei dati di quei Paesi (dalla Germania agli USA) che hanno scelto la regolamentazione, togliendo ossigeno alle mafie e garantendo sicurezza vera ai cittadini.

Dietro la bandiera della "sicurezza" si nasconde una crociata morale contro la cannabis che non ha basi scientifiche. Trasformare il piccolo spaccio abituale in un reato grave non toglierà la droga dalle strade, ma sposterà semplicemente i "clienti" verso canali ancora più oscuri e pericolosi, intasando i tribunali con processi a carico di pesci piccoli, mentre i grandi squali del narcotraffico continuano a nuotare indisturbati.

L'alternativa politica, come sottolineato da Magi, deve ripartire dal coraggio di dire che il proibizionismo ha fallito. Ma per ora, l'Italia sembra decisa a sbattere la testa contro lo stesso muro. Ancora una volta.

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