Codice della Strada, il Tribunale di Udine assolve Elena Tuniz: «Il fatto non sussiste»
Il caso della docente friulana, vittima del ritiro della patente e di un procedimento penale in seguito ad una dubbia positività al THC, diventa un precedente storico. "La conferma che il problema non era Elena, ma una legge sbagliata e ideologica. Ora va processata la norma" commenta Antonella Soldo di Meglio Legale.
Il Tribunale di Udine, infatti, ha assolto con formula piena, “perché il fatto non sussiste” , Elena Tuniz, la donna che era diventata uno dei casi simbolo delle storture e delle ingiustizie introdotte dalle recenti modifiche all'articolo 187 della normativa stradale.
La vicenda era iniziata a causa di un drammatico malore alla guida, successivamente diagnosticato come una crisi epilettica. Nonostante la natura prettamente medica dell'incidente, gli accertamenti ospedalieri standard avevano rilevato una "dubbia positività" al THC. Da quel momento, per Elena è iniziato un vero e proprio calvario: il ritiro della patente in via amministrativa e l'apertura di un procedimento penale che la vedeva rischiare fino a due anni di reclusione e una multa salatissima fino a 12 mila euro.
La svolta decisiva in aula è arrivata dalla stessa Pubblico Ministero, che ha formulato la richiesta di assoluzione. Una scelta doverosa, figlia della storica pronuncia della Corte Costituzionale dello scorso gennaio. La Consulta, pur salvando la riforma del Codice, ha infatti imposto a magistrati e forze dell'ordine un’interpretazione strettamente restrittiva dell'articolo 187: d'ora in poi, per configurare il reato, non basta la mera presenza di tracce di sostanza nel sangue, ma è indispensabile dimostrare il nesso temporale tra l’assunzione e la guida, accertando lo stato di effettiva alterazione psicofisica al momento del controllo. Requisito che, nel caso di Elena, era totalmente assente.
Il prezzo altissimo di una legge ingiusta
Se da un lato la sentenza emessa dal Giudice di Udine ristabilisce la verità dei fatti, dall'altro non cancella i danni profondi subiti dalla donna in questi mesi di gogna burocratica. Elena Tuniz, infatti, ha perso il suo lavoro di insegnante a tempo indeterminato, travolta dagli effetti collaterali di una macchina sanzionatoria che si è dimostrata cieca e sproporzionata.
"Questa assoluzione restituisce giustizia a Elena, ma non cancella quello che ha dovuto subire", ha commentato a caldo Antonella Soldo, dell’associazione Meglio Legale, che ha sostenuto la battaglia della docente insieme all'avvocato Raffaele Minieri e a centinaia di cittadini che hanno contribuito alle spese legali tramite una raccolta fondi. "È la conferma che il problema non era lei: il problema è una legge ideologica che continua a colpire le persone sbagliate, priva di basi scientifiche. Questa vittoria è un monito per il legislatore: il nuovo articolo 187 va cambiato. Oggi Elena è stata assolta, adesso è la legge a dover essere formalmente processata".
La voce dei protagonisti: "Un incubo lungo un anno e mezzo"
Dietro i tecnicismi giudiziari ci sono le vite delle persone. Ed Elena Tuniz non nasconde il sollievo per la fine di un calvario durato fin troppo a lungo:
"Sono entusiasta del risultato, finalmente posso sentirmi libera e sono contenta che si sia risolto tutto nel migliore dei casi. La tempistica è stata un po' lunga, ma finalmente potrò riavere la mia patente".
Un verdetto trionfale ma, come sottolinea il suo legale, l'avvocato Raffaele Minieri, tutt'altro che scontato alla vigilia:
«Siamo riusciti a ottenere giustizia puntando tutto sulla messa in discussione del dato scientifico della criminalizzazione secondaria di questa norma. Abbiamo ottenuto un'assoluzione piena perché il fatto non sussiste, senza alcun riferimento al secondo capoverso dell'articolo 530 c.p.p. Tra 90 giorni leggeremo le motivazioni, ma siamo già felici di un risultato che, nonostante il recente intervento della Corte Costituzionale, non era affatto scontato».
L'avvocato lancia poi un monito pesante che sposta il dibattito sul piano civile e politico della gestione della giustizia in Italia:
"È necessario tenere aperto il focus su questa vicenda, perché non è normale che Elena sia potuta uscirne solo dopo un anno e mezzo. La durata stessa del processo e la necessità che si debba arrivare a un dibattimento penale per casi del genere deve porci una domanda profonda: è davvero questo il modo in cui le istituzioni devono amministrare questo tipo di problemi e queste esigenze?".
Il verdetto della scienza: perché i test attuali sono un fallimento biologico
A decretare il successo della difesa a Udine è stato proprio il rigore della letteratura scientifica, tanto da incassare i complimenti della stessa Pubblico Ministero. A spiegare l'assurdità tecnica su cui si poggia l'articolo 187 è Marco Martinelli, divulgatore scientifico formatosi alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa:
"Grazie al contributo della letteratura scientifica è stato possibile dimostrare l'innocenza di Elena. I test delle urine o i test rapidi non hanno alcuna validità per stabilire se una persona stia guidando in stato di alterazione. La letteratura, infatti, ci mostra casi di consumatori abituali rimasti positivi fino a 77 giorni dopo l'ultima assunzione. Questo dato da solo fa capire l'inutilità di tali strumenti per misurare l'effetto immediato al volante".
Ma c'è un elemento ancora più inquietante sollevato dal divulgatore, legato alla totale assenza di volontarietà e ai rischi legati ai falsi positivi da canapa light, farmaci o, appunto, esposizione involontaria:
"L'esposizione passiva al fumo di cannabis – ad esempio in una stanza chiusa durante l'inverno – può far risultare una persona non fumatrice abbondantemente positiva ai test, superando la soglia dei 50 nanogrammi per millilitro. Rischiamo di criminalizzare qualcuno per pura casualità, solo per essersi trovato nello stesso ambiente con chi stava fumando".
La soluzione per garantire la sicurezza stradale senza cadere nella caccia alle streghe esiste già e viene applicata oltreconfine. In Nuova Zelanda, ad esempio, continua Martinelli, "i controlli si basano su esami del sangue confermati da procedure che analizzano l'esatta quantità di cannabinoidi attivi circolanti al momento del controllo. Solo così si può stimare una reale alterazione».
Il messaggio che arriva dal mondo scientifico e civile è univoco e non lascia spazio a interpretazioni ideologiche:
"Nessuno vuole persone che si mettano al volante dopo aver fumato, dopo aver bevuto, dopo aver assunto qualsiasi cosa, si deve guidare sobri e in coscienza e incapacità di farlo. Però non possiamo nemmeno mettere in galera persone che per pura casualità si sono trovate in una stanza con qualcuno che stava fumando" conclude Martinelli.
Leggi anche su Soft Secrets:
Tar Liguria sospende la diffida contro un negozio di cannabis
Imperia, la Procura dispone il dissequestro di 530kg di infiorescenze
Cannabis e guida: la Corte Costituzionale corregge la riforma Salvini