Cannabis e Disordine Post Traumatico da Stress (PTSD), le conseguenze del lockdown sulla popolazione e il ruolo della cannabis. Intervista al Dott. Fabrizio Cinquini

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Disordine Post Traumatico da Stress (PTSD) e ruolo della cannabis, intervista al Dott. Fabrizio Cinquini

Se il mese di maggio sarà, speriamo, ricordato come quello che ci permise di tornare a riveder le stelle, nessuno dimentica le difficoltà vissute in 2 mesi di lockdown.
Detenzione domiciliare per preservare la nostra vita da un nemico invisibile, il Covid 19, una detenzione che, in un contesto di assoluta confusione ed incertezza, ha scatenato in molti cittadini paura, ansia, panico e difficoltà psicologiche. Il tutto riassumibile all’interno di una sigla sanitaria proveniente dal mondo anglosassone: disordine post traumatico da stress (PTSD).

SSIT: Dottor Fabrizio Cinquini ci spiega cosa significa questo tipo di disordine psicologico?

F.C.: Si tratta di una sindrome che si determina quando una persona affronta “spettacoli” che, per la loro consistenza, travalicano la possibilità che questa stessa persona ha di digerirli all’interno di un sistema interpretativo della complessità dell’esperienza umana. Spesso si parla di questa sindrome riferendosi ai veterani sopravvissuti alla guerra. Il fatto che durante le azioni militari, per andare avanti, tu abbia dovuto calpestare il corpo di un amico, lascia una traccia nel tuo vissuto che, vista la sua natura traumatica, non viene assimilata e torna ad affiorare mantenendo un’incapacità relazionale nel soggetto proprio in seguito al trauma vissuto. Ci sono casi in cui tale stress è stato trattato con cannabis e con buoni risultati.

SSIT: Che tipo di incidenza ha questa sindrome sulla totalità della società?

F.C.: Si calcola che esista un 5% di psicolabili nella società moderna e che un 10% di questi possa sviluppare tale sindrome in condizioni di stress, in questo caso, come risultato del lockdown. Ovviamente il confino non è un bombardamento, nel cui caso la sindrome si può sviluppare in qualsiasi persona lo viva, è una reazione assolutamente normale a qualcosa che esula dalla normalità, nel caso del lockdown invece è più facile che capiti a persone più fragili però può valere per tutti.

SSIT: E questi mesi di confino forzato, con le debite proporzioni, possono essere considerati un evento a rischio sotto il profilo di creare condizioni per lo sviluppo di questo disordine traumatico?

F.C.: Sicuramente sì, basta pensare a tutti quelli che da un giorno all’altro hanno visto interrotte le proprie relazioni umane. Essendo l’uomo un animale sociale queste relazioni sono un nutrimento sotto tutti gli aspetti. Penso agli imprenditori che si sono suicidati non reggendo il peso di avere 5-6-7-8 famiglie sulla busta paga di un’impresa obbligata ad essere chiusa. Per queste persone la sensazione di “calpestare i corpi” degli amici, in questo caso dipendenti è molti vivida.

SSIT: E per quelli obbligati a fare la quarantena in completa solitudine?

F.C.: Ancora peggio ovviamente almeno per quelli che non avevano a priori un culto dell’isolazionismo. Per tutti gli altri se non si è abituati a leggere, disegnare, vedere delle serie, o un altro qualsiasi modo di sapersi distrarre dal tempo solitario, per questi si che il problema è ulteriore ed amplificato. Un umano normale ha bisogno dello scambio sociale per nutrirsi e per tenere il cervello acceso, allenato ed in vigore.

SSIT: Che ruolo avrebbe potuto avere la cannabis in questo contesto di sofferenza psicologia diffusa come non mai capillarmente su tutto il territorio?

F.C.: Basta pensare che tutti quelli che hanno puntato sui “vizi” per alleggerire la situazione. Queste persone hanno trovato risposta in caffè, cibo, tabacco o alcolici e non nella cannabis, un rimedio alternativo molto meno dannoso, soprattutto rispetto al tabacco, prima causa di morte, ed alcolici che ne sono la sesta causa.

SSIT: Come valuta il fatto che in America e nel Canada la cannabis è stata considerata bene di prima necessità durante l’emergenza sanitaria?

F.C.: Fra noi e questi paesi esiste uno spread culturale ancora molto profondo, qui in Europa la stigmatizzazione diffusa della cannabis è ancora molto profonda. Basti pensare come i tabaccai sono stati considerati beni di prima necessità durante un’emergenza sanitaria.

SSIT: Lei crede che la cannabis potesse giocare un ruolo anche in chiave di rafforzamento del sistema immunitario?

F.C.: Guarda basandomi sulla mia esperienza personale di malato di Epatite C, con le analisi in ordine e senza assunzione di altri farmaci, posso dire che l’effetto anti-stress della cannabis prevale su quello tossemico, in altre parole fa più bene che male.

 

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