Cannabis medica? Fossero chili, ma son grammi!

Cannabis medica? Fossero chili, ma son grammi!
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Sui quaderni della Salute (www.quadernidellasalute.it) del Ministero sono apparsi i dati relativi alla diffusione di cannabis terapeutica nel nostro paese. Come abbiamo già detto a pagina 25-26 (nell’intervista al Dott. Calvi) però, tale fenomeno viene monitorato con una scheda piena di fallacie, concepita come se la cannabis fosse una medicina normale e non un medicamento ad personam da prescrivere con umiltà e competenza. Proprio a causa delle criticità descritte puntigliosamente dal Dott. Calvi, nell’intervista sopra citata, la rappresentazione che il Ministero ha del fabbisogno reale nazionale è assolutamente sottostimata, tanto che i dati presentati confermano tale intuizione, semplicemente, facendo riferimento all’unità di misura con cui si è scelto di misurare il comparto: grammi e non chili. Una vera sorpresa, una grandezza di scala quantomeno bizzarra per inquadrare la cannabis necessaria a un popolo di 60 milioni di persone.
Sembra infatti che i tecnici del Ministero della Salute abbiano solertemente scelto di misurare in grammi piuttosto che in chili la quantità di cannabis venduta nel nostro paese, probabilmente (a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca) per sviare con grandi numeri a 6 cifre e con il loro impatto visivo, l’attenzione degli addetti ai lavori e dei pazienti dal fatto che per l’ennesima volta, anche il 2019 sarà un anno di sofferenza per chi si cura con la canapa, vista la strutturale carenza di questo prodotto, importato o prodotto in Italia.
Cannabis medica? Fossero chili, ma son grammi!
Ma vediamo questi e dati e commentiamoli.
Nel 2018 si è registrato effettivamente un forte incremento dei consumi di cannabis terapeutica nel Belpaese. Parliamo di una tendenza inarrestabile verso la crescita. I pazienti parlano fra di loro e parlano ai loro medici che, sempre con maggiore curiosità, mai abbastanza, cominciano ad interessarsi a quest’alternativa terapeutica. La domanda di marijuana infatti è passata dai 351.485 grammi del 2017 ai 578.460 del 2018; incremento di tutto rispetto, ma da sottolineare che nel giro di soli 4 anni la vendita di cannabis per motivi medicinali è stata decuplicata. Nel 2014 infatti il quantitativo venduto era stato di soli 58.590 grammi.
Entriamo adesso nel dettaglio. Dei 578 chili, consumati l’anno scorso quanti sono stati prodotti a Firenze, presso lo Stabilimento militare chimico farmaceutico, che dal 2015 ha il compito di produrre questo medicamento? Quanti chili invece sono stati importati dall’estero? I dati sono chiari e aiutano a comprendere una dimensione dell’approvvigionamento che denota una certa criticità: 431 chilogrammi sono di provenienza estera e solo 146 chilogrammi di produzione italiana.
Poco più di un terzo. Sia ben chiaro, non vogliamo proporre una riflessione “sovranista” sul fatto che si debba consumare assolutamente la cannabis italiana, ma considerando che il progetto di Firenze nasceva proprio per mettere sul mercato un prodotto a buon prezzo e di qualità che potesse rivaleggiare, se non soppiantare del tutto le importazioni estere, il dato presentato svela una realtà contraddittoria da questo punto di vista. E non solo, in due anni, da quando cioè il progetto pilota di produzione ha cominciato a funzionare a regime, la cannabis italiana non ha raggiunto i livelli di quella d’importazione, ma la segue continuamente a ruota. Per quale motivo?
Principalmente due: i medici che già prescrivevano cannabis d’importazione con buoni riscontri clinici hanno continuato a farlo perché soddisfatti dei risultati ottenuti, non si cambia la strada vecchia per la nuova, a maggior ragione in questo campo; in secondo luogo la cannabis italiana ha dato adito a numerose lamentele all’interno dell’agguerrita comunità di pazienti in cura che, considerata la macinazione delle infiorescenze, con conseguente ossidazione e perdita della ricchezza di elementi farmacologicamente attivi, hanno addirittura denominato le varietà italiane col nome di Ariosto, l’insaporitore per arrosti. Un nome che insomma non denota né qualità né fiducia, ma delusione e disincanto. Una sarcastica amarezza di chi invece di ricevere la sostanza promessa, ha ricevuto dei fiori tritati, per garantire la loro omogeneità farmacologica, che però vanno ad intasare i vaporizzatori attraverso i quali vengono consumati. Un vero pasticcio.
Come uscire da questa impasse? L’unica soluzione è guardare l’estero e imparare da chi ha già maturato un sistema distributivo e produttivo pragmatico. I canadesi, ad esempio, che possono contare su 168 produttori autorizzati (aprile 2019) hanno consumato da aprile 2018 al successivo settembre 12.742 chili, non grammi, di infiorescenze di cannabis per scopi medici. Un paese con la metà della nostra popolazione consuma circa 22 volte la nostra quantità di cannabis. Siamo d’accordo che i dati parlino dunque da soli?
In un paese che ha scelto di aprire il mercato alla libera concorrenza e di non penalizzare i coltivatori domestici, i pazienti in cura con la cannabis sono 367.550 persone, delle quali 25 mila e passa hanno l’autorizzazione ad auto produrre la propria medicina. Quando l’Italia sceglierà di non punire chi coltiva per sé perché non ha altra soluzione e di aprire la produzione alla libera concorrenza i dati verranno calcolati in chili anche da noi e non in questi grammi che solo ricordano la scandalosa mancanza di coraggio da parte di chi gestisce sulla testa dei malati questo comparto farmacologico: Ministero della Salute e Ufficio Centrale Stupefacenti su tutti.

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