Coltivare in modo eco-sostenibile è davvero possibile?

Coltivare in modo eco-sostenibile è davvero possibile?
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Growers e agricoltura

L’agricoltura è l’attività svolta dall’uomo di produzione di derivati vegetali. Il primo e anche più grande fine è l’alimentazione: l’uomo ha imparato a coltivare per mangiare e non dover più spostarsi a cercare prodotti da raccogliere. Nulla di nuovo perché a ben pensarci, anche al giorno d’oggi, molto di ciò che ingeriamo viene prodotto in un campo. Quasi la totalità del cibo proviene dalla agricoltura, e la carne prima di venir macellata che cosa ha mangiato? Piante, ecco spiegato perché l’agricoltura riveste il ruolo cardine tra le attività dell’uomo.
Anche i growers, nell’esercizio della loro passione, sono agricoltori. Operatori agricoli direi, di recente nascita se comparati ai millenni di sapere contadino nel bagaglio culturale dell’umanità; d’altronde sino a metà del secolo scorso eravamo in maggioranza contadini, coltivatori del nostro proprio cibo. Allontanandoci in senso figurato dall’orto e andando in un growbox troviamo il grower moderno che produce infiorescenze secche (o estratti) per poterli consumare per fini terapeutici o puramente ludici. Fare il grower, oltre che produrre erba, significa anche aver scelto un metodo di coltivazione per ottenere un determinato tipo di prodotto finale di una precisa qualità.
L’agricoltura d’altronde si suddivide in differenti scuole di pensiero o metodi di coltivazione, che dir si voglia. La storia dell’uomo, fittamente intrecciata con quella dell’agricoltura, ci ha mostrato le differenti tipologie di coltivazione che si sono susseguite nei millenni, fino ad arrivare alle grandi rivoluzioni degli ultimi cento anni. Qualche tecnica prevede un approccio più sostenibile prevedendo un riciclo delle risorse e pianificando un futuro con l’ambiente come priorità, altre tecniche invece considerano la terra come una macchina a sé stante da sfruttare senza limite e asservita alle esigenze dell’uomo. Da ciò risulta chiaro che sono numerose le metodiche applicabili e non sono definite da un rigido confine.
Il primo metodo applicato per ragioni di ovvietà fu esattamente il biologico. Cioè si iniziò rispettando la natura senza ben rendersi conto di ciò che si faceva. Le pratiche erano svolte perché davano risultati ripetibili. Quando l’uomo passò da raccoglitore ad agricoltore non aveva aziende di fertilizzanti né di sementi, quindi con le risorse offertegli dalla natura cominciò a produrre. Naturalmente da quel tipo di coltivazione al giorno d’oggi son cambiate molto le conoscenze a disposizione dell’uomo ma l’approccio “rispettoso dell’ambiente” è rimasto il medesimo: in un growshop ora possiamo trovare le micorrize o i batteri nitrificanti, chiaro esempio della maggior coltura a nostra disposizione.
Insieme ai prodotti emuli delle prodezze di madre natura vi sono anche tonnellate di prodotti discutibili, perché l’erba si può produrre anche in maniera poco rispettosa dell’ambiente. Ad esempio anziché dei concimi azotati complessi si possono usare dei nitrati semplici così da bypassare la pedofauna e giungere il più velocemente possibile alle radici. L’alternativa sarebbe il mescolare al terriccio dei pellet di guano così da apportare azoto e fosforo alle piante in maniera graduale in quanto mediata dalla pedofauna.
Lo svantaggio della agricoltura tradizionale di inizio novecento è stato la scarsità di conoscenza che ha permesso il trionfo della rivoluzione verde, che lungi dalle sue nobili premesse ha portato sì del verde sotto forma di alimenti per i popoli, ma con la chimica ha lasciato un bagaglio di problemi: come si poteva facilmente immaginare l’uso sconsiderato di fitofarmaci e fertilizzanti di sintesi ha portato a una situazione degenerata di impoverimento dei suoli inaudita, forte inaridimento delle superfici e riduzione drastica della biodiversità sul pianeta.
Coltivare in modo eco-sostenibile è davvero possibile?
La rivoluzione verde è quel periodo di pochi decenni che va circa dagli anni trenta alla fine degli anni settanta del novecento, caratterizzato da una forte politica di investimenti nel settore dell’agricoltura con prodotti di sintesi, al fine di sfamare sempre più persone. L’idea era di sfruttare maggiormente le risorse, senza rendersi conto degli eventuali risvolti sulla natura nel suo complesso. Non che vi fosse un diffuso menefreghismo, piuttosto non erano ben chiare le conseguenze di un operato di questo genere. La forma di agricoltura praticata al giorno d’oggi è sostanzialmente invariata dagli anni settanta, se non con qualche accorgimento in più, ed è la metodologia più largamente diffusa.
In misura minore all’agricoltura convenzionale viene praticata anche l’agricoltura integrata, una coltivazione con risorse ambientali, in primis, integrate dall’intervento umano secondo criteri meno invasivi della normale agricoltura convenzionale. Per fortuna possiamo sempre optare per una alternativa bio che, a fronte di un maggior prezzo d’acquisto, garantisce una pratica di coltivazione rispettosa dell’ambiente. Il maggior prezzo d’acquisto è dovuto allo studio pregresso che c’è dietro allo sviluppo di un prodotto più che al costo delle materie prime. Aprirei una parentesi sulla soggettività del concetto di “rispettoso per l’ambiente”, ma lasciamo cadere questa polemica in quanto andremmo fuori tema e in questo articolo si parla di altro.
Andando sempre verso un approccio di maggior rispetto per l’ambiente troviamo la permacultura. Ma cosa significa? La permacultura è un metodo di gestione del territorio in cui l’agricoltura è parte integrante della vita dell’ambiente, il suo nome è la fusione di due parole: “perma” da permanent e “cultura” da cultura del sano vivere ecosostenibile. In italiano si sarebbe dovuto tradurre come “permacoltura” (coltivazione permanente) ma per un errore di traslitterazione e soprattutto per il duplice significato coltura/cultura si è affermato con la lettera U. Il principio della permacultura è il creare insediamenti umani in grado di dare regolarmente prodotti di interesse senza aver bisogno di grandi manutenzioni né di reintegri in quanto sarebbero progettati in maniera autosufficiente dal punto di vista delle risorse impiegate.
La permacultura va un poco oltre la pratica agricola in quanto include e fa perno su una visione sostenibile della vita. Dovendo progettare spazi in grado di autorigenerarsi viene un poco difficile immaginarli con l’utilizzo di prodotti di sintesi. Soprattutto alla luce delle scoperte degli ultimi anni, dove si è chiarita l’importanza di una visione più generale del pianeta su cui siamo e della natura che lo compone. Il rispetto per la sostanza organica e per i cicli biochimici sono al centro di questa filosofia di coltivazione. Un poco come la biodinamica, anche se a volte scade nella mitologia e lascia spazio a poche interpretazioni scientifiche. Dopo il minerale abbiamo visto si è affermato il desiderio di tornare al biologico e al rispetto per l’ambiente in cui viviamo, nell’ottica di continuare ad abitare questo pianeta senza esaurirne le risorse. Qualcuno sostiene che abbiamo passato il punto di non ritorno, ma speriamo questo qualcuno si sia sbagliato!
Quando, in un cannabis club, leggiamo organica o biologica di fianco al nome di un’erba allora cosa significa? Nel mondo cannabico sono due i metodi di coltivazione praticati, distinti dall’approccio alla fertilizzazione: minerale o biologica. D’altronde sfido a dimostrare l’eco-sostenibilità della coltivazione indoor in vasi di plastica sotto alle lampade da 600 Watt! La natura del nostro hobby impone dover stare nascosti in armadi minuscoli sotto luci artificiali purtroppo… E questo è un male sia per la qualità dell’erba raccolta che per l’inquinamento generato. Se fosse possibile piantare nell’orto di casa, allora avremmo meno spreco di risorse energetiche e probabilmente un consumo minore di agrofarmaci e di fertilizzanti chimici.
Nella cannabis la dicitura bio o minerale, indica come è stata fertilizzata la pianta fino al flushing (la fase di risciacquo a fine fioritura). Se è biologica allora è stata coltivata con fertilizzanti di derivazione organica, altrimenti sono stati utilizzati prodotti di pronta assimilazione come sali disciolti in acqua. La differenza sta nel tipo di metabolismo delle due colture. Nel caso di una fertilizzazione biologica si avranno piante cresciute più lentamente, ma non per forza meno produttive. Viceversa, con un fertilizzante di sintesi si avranno piante cresciute più velocemente, ma inesorabilmente di una qualità inferiore.
Una buona fertilizzazione apporta ciò che necessita la pianta in quella fase fenologica, in maniera simile a come avverrebbe in natura o con dei preparati artificiali, a seconda della scelta del grower. Nel prodotto finale si troverà una maggior quantità di antiossidanti e di altri metaboliti secondari se coltivato con un metabolismo più naturale (biologico). Usando un fertilizzante minerale si osserverà invece un aumento del contenuto di cannabinoidi a scapito dei terpenoidi, tra cui alcuni con azione antiossidante. Gli antiossidanti fanno sì che l’erba dimenticata aperta sul tavolo abbia ancora un sapore ed un profumo dopo svariate ore. Per non parlare della persistenza in bocca durante la fumata: un piacere riservato a chi conosce l’erba ben coltivata. Inutile dirlo, maggiori quantità di terpenoidi significano più sapori e aromi complessi. Ma solo un metabolismo lento, coi giusti tempi della natura, fa sì che vi sia tempo per creare complessità nel prodotto finale.
Un giorno potremo coltivare legalmente alla luce del sole, allora fertilizzazione minerale e bio significheranno convenzionale o biologica. Chissà che sapore caratterizzato si potrà ottenere nel nostro bel paese, con il clima che abbiamo… Buone fioriture a tutti!

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