Ostinarsi a vedere il bicchiere mezzo vuoto

Ostinarsi a vedere il bicchiere mezzo vuoto

La maggior parte della ricerca sulla cannabis si concentra sui danni del suo utilizzo, anziché sui benefici

Per le anime belle e quanti credono nell’imparzialità della scienza, questa notizia è davvero un duro colpo. Un nuovo studio pubblicato da Science – una delle più prestigiose riviste in campo scientifico – ha rivelato che la maggior parte delle ricerche che vengono condotte sulla cannabis si concentra sui danni del suo utilizzo invece che sugli effetti benefici. E poiché una ricerca positiva sulla cannabis è indubbiamente la chiave per rendere legale la pianta, quello portato alla luce da Science è un sistema che potrebbe tranquillamente far gridare al complotto.

Partiamo dai numeri. L’analisi del finanziamento della ricerca sulla cannabis negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito dice che tra il 2000 e il 2018 sono stati destinati 1,56 miliardi di dollari, di cui oltre la metà è stata spesa per indagare i potenziali danni dell’uso ricreativo. Poco più di 1 miliardo di dollari è venuto dal più grande finanziatore, lo statunitense National Institute on Drug Abuse (NIDA), che ha distribuito molti più soldi per la ricerca sull’uso improprio della cannabis e sui suoi effetti negativi, invece che sulle sue applicazioni mediche. Ed è innegabile che il budget del governo sia una dichiarazione politica. Rispetto ai 1,49 miliardi spesi dagli Stati Uniti nel periodo di 18 anni, il Canada ha speso 32,2 milioni e il Regno Unito 40 milioni. Mentre la spesa del Regno Unito è stata similmente dominata dalla ricerca sugli effetti nocivi della cannabis, i finanziamenti del Canada si sono concentrati sul sistema endocannabinoide,

Lo studio pubblicato da Science si basa su un database assemblato da Jim Hudson, un consulente di enti di beneficenza per la ricerca medica e agenzie governative, che ha raccolto dati sulle sovvenzioni – disponibili pubblicamente – di 50 finanziatori, comprese agenzie pubbliche. Sulla base della sua lettura dei 3269 sussidi che includevano parole chiave correlate alla cannabis, Hudson ha classificato ciascuna in categorie che hanno catturato il fulcro della ricerca.

Il suo è il primissimo tentativo di consolidare i dati sulle sovvenzioni per la cannabis da una vasta gamma di fonti e classificarli ed è utile vedere come la “parte del leone negli Stati Uniti rimane concentrata sulle conseguenze negative anziché sui potenziali benefici.

L’analisi accenna anche agli ostacoli legali allo studio della cannabis. Spesso è più facile per i ricercatori lavorare con composti isolati e creare dosi regolate, invece che utilizzare l’intera pianta di cannabis con tutte le sue proprietà. Negli Stati Uniti, così come da noi, è difficile ottenere i permessi governativi e, al momento, l’unico produttore legale di cannabis per la ricerca negli Stati Uniti è l’Università del Mississippi, che coltiva cannabis decisamente diversa da quella consumata quotidianamente da milioni di americani.

Quello messo assieme da Jim Hudson non è purtroppo un quadro esaustivo della ricerca sulla cannabis a livello mondiale, perché acquisisce solo dati pubblici da un breve elenco di paesi. Ad esempio, nonostante la reputazione di importante centro di ricerca sulla cannabis, Israele non è presente, così come non viene annoverato nemmeno uno dei paesi dell’Unione Europea; sebbene Hudson speri di espandere l’elenco dei paesi e dei finanziatori. Il suo è comunque un contributo fondamentale e svela un lato della scienza che spesso non consideriamo a fondo, ovvero che la ricerca viene troppo spesso indirizzata dalla mano che la finanzia. Se la ricerca “viziata” sulla cannabis aveva quasi il suo perché duranti gli anni bui della “war on drugs”, meno si capisce come mai anche oggi questa tendenza permanga. Soprattutto se si pensa che così facendo si finisce per fornire più argomenti ai detrattori della pianta e si contribuisce a cementare ulteriormente la posizione della cannabis come “droga”, invece che come semplice pianta medicinale. E ciò è indubbiamente problematico da un punto di vista etico e scientifico, soprattutto se si considerano le dubbie giustificazioni che si continuano a porre contro chi chiede di legalizzare in primis l’autocoltivazione.

Se non altro, la buona notizia è che il finanziamento complessivo della ricerca sulla cannabis negli è in costante aumento. Negli Stati Uniti da meno di 30,2 milioni di dollari nel 2000 si è passati a più di 143 milioni nel 2018, e il denaro per esplorare i trattamenti medici sulla cannabis continua a fluire copioso, anche se non così velocemente come i finanziamenti per le indagini sui suoi potenziali danni. La speranza è certamente che la ricerca sulla cannabis possa tornare a vedere il bicchiere mezzo pieno.

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