Autocoltivazione: liberi tutti?

Autocoltivazione: liberi tutti?

La Cassazione conferma la non perseguibilità penale per la condotta di coltivazione domestica

Lo scorso 16 aprile la Corte di Cassazione ha emanato una sentenza storica sulla cannabis e il suo utilizzo per fini puramente personali. I giudici ritengono che la coltivazione domestica non costituisca reato di spaccio, ma che "per le rudimentali tecniche utilizzate" configuri solo un illecito amministrativo. E questa è davvero una bella notizia.

La notizia è arrivata nel pieno della quarantena e ci ha colto decisamente di sorpresa: la coltivazione domestica di quantità minime di cannabis non può costituire reato penale. Ad affermarlo i giudici supremi della Cassazione che, pronunciando una sentenza relativa al caso di un cittadino campano portato in giudizio nel 2013 con l’accusa di coltivazione ai fini di spaccio, hanno di fatto depenalizzato l’autocoltivazione. In Italia pare sarà quindi possibile coltivare quantità minime di cannabis, massimo due o tre piantine, senza più dover incorrere in provvedimenti penali. Il pronunciamento, tanto atteso dai consumatori e da quanti si battono per una cannabis libera, potrebbe aprire un nuovo spiraglio nel dibattuto tema della legalizzazione e rianimare la discussione politica sulla cannabis ricreativa.

Le motivazioni della sentenza recitano che “il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza” ma che a fare la differenza sono “le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”.

Questo vuol dire che le sanzioni amministrative, previste dal Testo unico sulle droghe (Dpr 309/1990), non si applicheranno all’individuo “come coltivatore”, quindi come persona che contribuisce allo spaccio, ma solo “come detentore di sostanza stupefacente destinata a uso personale”. Quindi, a fare la differenza nell’orientamento della Corte è proprio la modesta quantità ricavata dalla coltivazione domestica: dal momento che il prodotto ottenuto non può che coprire un consumo di tipo personale, è impossibile che venga impiegato per lo spaccio. La Corte di Cassazione, con la sentenza 12348/2020, ha quindi confermato quando già emesso in una nota provvisoria del 19 dicembre 2019 deliberando di fatto la depenalizzazione della condotta di coltivazione domestica a fini personali.

Bisogna però specificare che la coltivazione, seppur minima, non è legale e costituisce ancora una violazione della legge punibile con una sanzione amministrativa ed una relativa multa. Nel caso in cui, continua infatti la Cassazione, “la coltivazione domestica a fini di autoconsumo produca effettivamente una sostanza stupefacente dotata di efficacia drogante, le sanzioni amministrative potranno essere applicate al soggetto agente considerato non come coltivatore, ma come detentore di sostanza destinata a uso personale”. Per i supremi giudici, dunque, nel momento in cui si dovesse appurare la non perseguibilità penale della condotta di coltivazione, subentrerebbe in modo automatico la disposizione voluta dall’articolo 73 del Dpr 309/1990, secondo cui la detenzione ai fini di consumo personale, anche se di modica quantità, è sanzionabile come illecito amministrativo.

Come abbiamo più volte ricordato su questa rubrica, le sentenze della Cassazione – vincolanti solo per i procedimenti giudiziari per le quali vengono emesse – costituiscono una sorta di linea guida in ambito giuridico. Come successo diverse volte – anche riguardo la cannabis -, i pareri dei giudici aiutano a dare una visione interpretativa alla legge in vigore e, spesso, fanno da orientamento per sentenze di grado inferiore sullo stesso argomento. E questa sentenza arriva sicuramente a confermare un trend positivo, che vede la giurisprudenza italiana sempre più propensa a condonare le condotte individuali quando si tratta di cannabis, rigettando l’impianto ultraproibizionista che aveva regnato nei tribunali durante gli anni bui della Fini-Giovanardi, e che aveva avuto un breve “revival” durante la gestione leghista del Ministero dell’Interno e del Dipartimento per le Politiche Antidroga.

Pur avendo fatto un piccolo passo avanti, il problema rimane purtroppo in tutta la sua interezza: in Italia oltre 6 milioni di persone consumano cannabis e l’approvvigionamento non avviene quasi mai domesticamente. Occorre quindi affrontare questa diseguaglianza di trattamento e la sproporzionalità delle pene ancora prevista per una condotta che non crea vittime.

Questa riforma strutturale appartiene però non tanto ai giudici, quanto alla politica. Tra le varie proposte davanti alla Camere ce n’è anche una di iniziativa popolare, depositata già nel 2016, che articola norme per la regolamentazione legale della produzione (anche domestica), il consumo e il commercio della cannabis. Che sia la volta buona per riprenderla da dimenticatoio e finalmente discuterne in aula?

di Giovanna Dark

di Giovanna Dark

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