Trump riaccende la war on drugs

Trump riaccende la war on drugs

Alla vigilia dell’insediamento in molti speravano che The Donald guardasse al business e non toccasse il sistema di laissez-faire impiantato dall’amministrazione Obama durante la fase di legalizzazione della cannabis in molti stati americani. Per i repubblicani però la war on drugs è sempre stata un argomento caro e le operazioni per ridare lustro alla crociata sono già in corso.
Nel mese di maggio l’amministrazione Trump, in particolare il dipartimento della Giustizia, ha spinto parecchio sulla retorica “though-on-crime” e ha piazzato delle nuove direttive che danno alla filosofia del pugno di ferro contro il crimine un senso decisamente più letterale. Molte delle decisioni che sono state prese in merito di giustizia sono state fatte passare quasi sotto silenzio, o sono comunque state adombrate da una serie di scandali politici che il comico John Oliver ha definito “stupid Watergate”: un manuale sulle relazioni pericolose con Putin, che implicano un coinvolgimento della Russia nelle trascorse elezioni e passano dalla rimozione del capo dell’FBI James Comey, all’iscrizione del genero Jared Kushner nel registro degli indagati. Poi c’è stato il caso “covfefe” ma quella è un’altra storia.
Trump riaccende la war on drugs
Una delle notizie più eclatanti passate purtroppo in sordina, riguarda le nuove guidelines che lo Stato federale pretende dai suoi procuratori. In una circolare ufficiale indirizzata ai “federal prosecutors” Jeff Sessions, l’attuale capo del Dipartimento della Giustizia, ha invitato a richiedere sempre il massimo della pena possibile per ogni reato imputato, inclusi ovviamente quelli legati al possesso di cannabis. Questo significa un ritorno ai “mandatory minumums”, le leggi minime obbligatorie di condanna che richiedono condizioni carcerarie particolarmente vincolanti per le persone condannate per certi crimini federali e statali.
Queste leggi inflessibili, “uniche per tutti”, erano state messe da parte dall’amministrazione Obama in quanto fondamentalmente minano la giustizia, impedendo ai giudici di adattare la pena all’individuo e alle circostanze dei loro reati. Appurato che le leggi di condanna obbligatorie venivano applicate soprattutto ai reati di droga, l’allora procuratore generale Eric H. Holder Jr., aveva chiesto che le “mandatory minimums” non venissero richieste per le persone soprese in possesso di stupefacenti. Come successo per la riforma della sanità, la direttiva voluta dall’amministrazione repubblicana ribalta dunque quanto implementato negli 8 anni di governo democratico.
Il risultato di questa decisione è che molte più persone finiranno rinchiuse nelle prigioni federali, ribaltando il declino che la popolazione carceraria stava subendo negli ultimi anni. Sessions ha preparato il terrendo per questa svolta sin da febbraio, quando ha imposto al Dipartimento della Giustizia di ritornare ad utilizzare carceri private per “venire incontro ai bisogni futuri del sistema di correzione federale”. Sessions ha difeso il provvedimento come un punto chiave della promessa, fatta in campagna elettorale da Donald Trump, di mantenere l’America un luogo sicuro ma questo non è bastato ai detrattori, i quali hanno diversi argomenti con cui controbattere. Primo fra tutti quello che indica chiaramente come il carcere non rappresenti un reale deterrente al crimine. Tonnellate di ricerche suggeriscono infatti come la sanzione carceraria sia una delle voci più deboli nella lista degli strumenti per la lotta alla criminalità. Lo stesso Dipartimento della Giustizia, citando decenni di ricerche, afferma che “spedire un imputato in prigione non è una misura molto efficace contro il crimine perseguito” e che “aumentare la severità della pena non è rilevanti ai fini ultimi della dissuasione dal commettere il reato”. A riprova di ciò, il fatto che spesso dietro le sbarre accade proprio il contrario: i detenuti imparano nuove tecniche e strategie e, in generale, l’esperienza carceraria rende meno suscettibili alla minaccia di un nuovo soggiorno in prigione.
Uno dei maggiori fautori del nuovo corso adottato dal Dipartimento della Giustizia è Steven Cook, un ex procuratore federale e uno dei più agguerriti giustizialisti del partito repubblicano. Stando a quanto riportato dall’Associated Press, Cook sta ora considerando l’idea di cancellare le policies riguardanti la marijuana e il generale assetto forfettario che è stato dato in ragione della legalizzazione in alcuni singoli stati. Sebbene Cook non abbia svelato nulla di quanto è presente sulla sua agenda, ai microfoni di AP ha dichiarato: «quando metti i criminali in prigione, il crimine diminuisce». Ecco chi muove le fila della giustizia negli USA: Un soggetto che farebbe marcire in carcere chiunque commette un errore ma non è nemmeno in grado di riconoscere quanto egli stesso sia semplicistico e soprattutto inaccurato. Un po’ come se noi avessimo Matteo Salvini a via Arenula.
A prescindere dalle singole leggi statali, l’uso di marijuana rimane un reato un federale. L’amministrazione Obama aveva scelto deliberatamente di lasciare mano libera agli stati che premevano per la legalizzazione e, come ricordato sopra, ha invitato la DEA ad occuparsi di altri più pericolosi tipi di droghe. Se l’intenzione di Cook e Sessions è quella di fare una generale retromarcia rispetto al precedente governo, il risultato potrebbe essere disastroso per la nazione: tanto a livello economico, con mancati introiti annuali per quasi 7 miliardi di dollari, quanto sul piano sociale, con un bacino di 33 milioni di consumatori pronti a gonfiare le carceri pubbliche e, soprattutto, private.
In termini di raggio d’azione, dal 2003 il Dipartimento della Giustizia ha sempre avuto un freno giuridico, efficace nel limitare l’accanimento delle forze dell’ordine contro le persone che utilizzano cannabis medica nei 29 stati che ne permettono l’accesso. Grazie all’emendamento conosciuto come Rohrabacher-Farr, passato nella legge di bilancio sotto l’amministrazione Bush, si impedisce al Dipartimento di utilizzare fondi federali per interferire con i programmi di implementazione della cannabis medica negli stati che ne hanno regolarmente legalizzato l’utilizzo.
Trump riaccende la war on drugs
L’emendamento è stato da poco rinnovato assieme alla spending review ma assieme alla sua firma Trump ha voluto aggiungere una speciale postilla, indicando che avrebbe “trattato l’argomento, mettendo al primo posto la responsabilità costituzionale di far rispettare la legge alla lettera”. Altri presidenti hanno usato la stessa formula per ignorare o addirittura minare politiche con cui erano in disaccordo. Se Trump dovesse giocare questa carta contro la cannabis medica, si potrebbero creare degli imbarazzi tra i repubblicani stessi, essendo il co-autore dell’emendamento Dana Rohrabacher, uno dei suoi più valenti sostenitori.
Nel caso in cui ce ne fosse stato bisogno, all’inizio di giugno, l’attuale capo della Drug Enforcement Administration Chuck Rosenberg, ha voluto reiterare il pensiero e le linee guida della DEA, ricordando che secondo loro “la marijuana non è una medicina”. Con buona pace della ricerca che da decenni studia e dimostra gli effetti positivi della cannabis ma nell’America di Trump, la ragione pare latitare. Rosenberg ha dichiarato più volte che l’uso medicinale di cannabis dovrebbe essere approvato innanzitutto dalla Food and Drug Administration, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Ma un’approvazione in questo senso è impossibile, data la stretta regolamentazione federale che crea il paradosso secondo cui negli USA la marijuana è illegale perché il suo uso medico non è generalmente accettato e l’uso medico non è generalmente accettato perché la marijuana è illegale.
C’è poi l’aspetto legato alla distruzione della riforma sanitaria voluta da Obama. Con l’assicurazione sanitaria Medicaid, circa un terzo di tutti gli americani dipendenti da oppioidi, avevano assicurata la copertura per il trattamento contro l’abuso di sostanze. Il bilancio varato da Donald Trump vuole tagliare i fondi a Medicaid di quasi la metà entro il 2020, mettendo a repentaglio la copertura per i circa 2,3 milioni di persone che lo utilizzano.
L’ennesimo cambiamento a riprova che l’opinione generale dell’attuale amministrazione sull’uso di droga è esclusivamente la seguente: un crimine da essere controllato e punito, piuttosto che un problema di salute pubblica e di libertà individuali.
Tornando alla propaganda, nel mese scorso le principali forze dell’ordine hanno messo in atto una parte dell’apocalittica retorica contro la droga che ha caratterizzato gran parte della politica federale negli anni ‘80 e ‘90. Il vice procuratore generale Rod J. Rosenstein ha recentemente pronunciato un discorso decisamente sentito rivolto dei dipendenti della DEA: li ha chiamati “guerrieri di libertà intenti a combattere un’epidemia che sta degradando la società.
Il procuratore generale Sessions nel frattempo, sta tentando in tutti i modi di legare l’uso di droga con l’aumento del crimine violento in alcune città. «Sappiamo che le droghe e il crimine vanno di pari passo – ha detto recentemente – il traffico di droga è un’attività intrinsecamente violenta. Se si desidera raccogliere un debito di droga, non è possibile presentare una causa in tribunale. L’hai raccolto per il barile di una pistola». In un altro discorso tenuto in West Virginia, Sessions ha riportato in auge la leggenda metropolitana dei “crack babies”, neonati che, stando al procuratore “urlano inconsolabilmente e soffrono di tremori, vomito e convulsioni” e che sono “a rischio di problemi di sviluppo e di salute durante il resto della loro vita”. Nei primi anni ’90 la fobia dei crack babies si è rivelata essere in grandissima parte inconsistente, con decine di ricerche che escludono la possibilità di rendere un feto tossicodipendente.
Se non bastasse quanto scritto sopra, è bene aggiungere che Trump ha telefonato al presidente delle Filippine Rodrigo Duterte per complimentarsi personalmente dell’ottimo risultato ottenuto dalla sua politica di tolleranza zero. Per i pochi che ancora non lo sapessero, Duterte ha sponsorizzato una caccia all’uomo, invitando ad eliminare fisicamente chiunque avesse a che fare con la droga: il risultato è stato un bagno di sangue, con migliaia di vittime cadute sia per mano della polizia che per quella di gruppi operanti al di fuori della legge. Trump lo ha invitato alla Casa Bianca: «Volevo solo congratularmi perché stavo vedendo il lavoro incredibile fatto sul problema della droga. Molti paesi hanno questo problema, anche noi ce l’abbiamo ma quello che stai facendo è davvero un ottimo lavoro ho solo voluto chiamarti per dirtelo» queste le esatte parole di Trump.
Se queste sono le premesse, c’è davvero poco di che ben sperare.
di Giovanna Dark

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