La spirale parlamentare

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Quella del disegno di legge dell’Intergruppo è ormai la storia infinita. Annunciato nel 2013, redatto nel 2014, presentato nel 2015 ed infine obliterato da 1700 emendamenti nel 2016, langue ora negli archivi delle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali alla Camera. In tanti gli avevano già dato l’estrema unzione ma il testo di Della Vedova e degli oltre 200 firmatari pare avere una nuova chance. A patto che la politica, stavolta, acconsenta a discuterne seriamente e non ne faccia una questione di voti.
Sono già passati 4 anni da quando l’onorevole Benedetto Dalla Vedova ha riunito più di 200 tra parlamentari e senatori attorno ad una proposta di legge per la legalizzazione della cannabis in Italia. E di acqua sotto i ponti né passata molta. La Fini-Giovanardi è stata cassata come incostituzionale, la Turco-Napolitano del 1990 ha preso il suo posto ed ora, a produrre (sic!) la cannabis medica per i malati italiani ci sono i soldati dell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, le infiorescenze in barattolo si trovano nelle farmacie (pochine in realtà) e, teoricamente, non si finisce più in carcere per pochi grammi di fumo.
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Eppure l’aria in Italia non è cambiata affatto: i pazienti di canapa medica faticano a sopperire al loro fabbisogno e a farsi prescrivere le infiorescenze e i consumatori ludici sono costantemente braccati dalle forze dell’ordine – che organizzano perquisizioni pure sulle piste da sci, come hanno riportato le cronache lo scorso marzo. L’impronta proibizionista dello stivale è dunque ancora oggi una realtà, nonostante a livello pubblico si pontifichi di marijuana e derivati anche sulla striscia pomeridiana di Rete4 e il livello di stigma sociale nei confronti della sostanza sia sceso ai minimi storici. Ad essere proibizioniste in Italia sono infatti le istituzioni o, per meglio dire, la politica.
Certo il disegno di legge nasce da un gruppo bipartisan ma, una volta tornati nella propria ala dell’emiciclo, i deputati hanno spesso ceduto alla linea del partito, piuttosto che votare secondo coscienza. L’iter in commissione è stato travagliato e ostacolato dall’ostruzionismo degli ex NCD –oggi Alternativa Popolare – con la presentazione di circa 1.300 emendamenti, a cui se ne sono aggiunti molti altri, anche da parte di “tiratori franchi”, in occasione dell’avvio dell’esame in Aula, raggiungendo quota 2.000 emendamenti. Una mole enorme che ha impedito alle commissioni addirittura di iniziare l’esame delle proposte di modifica e ha costretto i relatori a tornare in Commissioni riunite. Infatti, è stato soprattutto lo scoglio politico a ostacolare il percorso della proposta di legge per la legalizzazione della cannabis.
Il partito di Alfano si è schierato compatto contro il provvedimento, facendo scendere in campo gli stessi ministri e minacciando di far cadere il governo Renzi prima ancora della batosta referendaria: per Alternativa Popolare non esiste neanche la lontana ipotesi di votare a favore della legalizzazione della cannabis. Anche nel Pd, però, c’è una fronda che si oppone alla legge: la cosiddetta area cattodem non vede di buon occhio le proposte à la Civati e, come si è visto, il partito ha ben altre beghe su cui accapigliarsi per fare della legalizzazione una questione di principio. Fermi nelle loro convinzioni proibizioniste, si sono poi schierati la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Forza Italia invece è divisa: una parte degli azzurri è più possibilista ed è probabilmente ancora incazzata a morte con Fini. Favorevoli invece, oltre la maggioranza dei deputati Pd, anche i 5 Stelle e Sinistra italiana.
Dunque, calcolatrice alla mano, la proposta di legge alla Camera non dovrebbe avere problemi. Tutto dipenderà da quanto il primo partito di maggioranza sarà disposto a sacrificare in termini di compattezza e di equilibri di governo pur di arrivare a far tagliare alla legge il primo traguardo. Ma già si torna a parlare nel Pd, come successo anche la scorsa estate, di una soluzione di compromesso, ovvero il possibile stralcio delle norme sull’uso personale, per portare a buon fine almeno la parte relativa all’uso terapeutico. Una parte che in realtà è già normata, soprattutto a livello regionale, anche se necessita indubbiamente di miglioramenti.
Un breve ripasso su cosa prevede il testo della proposta dell’Intergruppo:
• Coltivazione della cannabis: è consentita la coltivazione personale di cannabis, fino 5 piante di sesso femminile, previo invio di una comunicazione all’ufficio regionale dei monopoli di Stato territorialmente competente. Viene anche consentita la coltivazione della cannabis in forma associata (non più di 50 persone per un massimo di 250 piantine).
• Uso personale: è consentito l’uso personale di cannabis, ovvero alle persone maggiorenni è consentita la detenzione di una piccola quantità di cannabis – 5 grammi lordi, innalzabili a 15 per la detenzione in privato domicilio – non subordinata ad alcun regime autorizzatorio. I limiti possono essere superati nel caso di finalità terapeutiche ma è necessaria la prescrizione medica.

• Pene previste:
la legge prevede la non punibilità della cessione gratuita a terzi di piccoli quantitativi di cannabis per consumo personale (5 grammi lordi), mentre introduce pene più gravi per le droghe pesanti (reclusione da 1 a 6 anni e multa da euro 2.064 a euro 13.000) e meno gravi per quelle leggere (reclusione da 6 mesi a 3 anni e multa da euro 1.032 a euro 6.500).
• Monopolio di Stato: la coltivazione, la preparazione dei prodotti da essa derivati e la loro vendita sono soggetti a monopolio di Stato in tutto il territorio della Repubblica.
• Vendita in luoghi pubblici: l’Agenzia delle dogane e dei monopoli può autorizzare all’interno del territorio nazionale la coltivazione della cannabis e la preparazione dei prodotti da essa derivati nonché la vendita al dettaglio a persone maggiorenni, in esercizi commerciali destinati esclusivamente a tale attività.
• Coltivazione per scopi scientifici e uso terapeutico: è consentito a enti, persone giuridiche private, istituti universitari e laboratori pubblici coltivare piante di cannabis per scopi scientifici, sperimentali, didattici e terapeutici o commerciali finalizzati alla produzione farmacologica. Spetta al ministero della Salute, di intesa con l’Agenzia italiana del farmaco, la promozione della conoscenza e diffusione di informazioni sull’impiego appropriato dei farmaci contenenti principi naturali o sintetici della pianta di cannabis. La prescrizione riguarda cure non superiori a sei mesi.
• Risorse: le risorse derivanti dalle sanzioni sono destinate agli interventi nel settore scolastico e ad interventi preventivi, curativi e riabilitativi. Le risorse derivanti dal monopolio statale sulla commercializzazione della cannabis vanno destinate al Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga.
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All’esame della medesima Commissione Giustizia e Affari Costituzionali c’è anche la proposta di legge di iniziativa popolare, depositaria di 60.000 firme, promossa dai Radicali italiani e l’Associazione Luca Coscioni, assieme ad una lunga lista di associazioni. La proposta è simile a quella formulata dall’Intergruppo, seppur con lievi differenze. Le differenze che intercorrono tra quest’ultima e il testo del disegno di legge consistono in una diversa regolamentazione dell’autocoltivazione, che si vorrebbe subordinare ad una comunicazione solo dalla sesta pianta in poi. Inoltre, sarebbe prevista la creazione di cannabis social club senza fini di lucro, raggiungendo un massimo di 100 componenti, per un totale di 500 piante comuni. Infine, è richiesta una pseudo amnistia per tutti coloro che abbiano subito sanzioni penali per l’uso personale o la detenzione di cannabis, prevedendone l’immediata scarcerazione e la conseguente estinzione della pena.
Ora, dopo mesi di silenzio, le Commissioni Affari Sociali e Giustizia della Camera dei Deputati hanno deciso di creare un comitato ristretto per predisporre un nuovo testo unico per la legalizzazione della cannabis, nel tentativo di mediare tra le due proposte e soprattutto di integrare la valanga di emendamenti piovuta sulla proposta al primo vaglio. Il nuovo disegno di legge, che andrà presumibilmente alla Camera verso la fine di giugno, verrà quindi redatto da un gruppo di 34 parlamentari, bypassando nuovamente le associazioni e gli esperti in materia. Un iter purtroppo prevedibile, che significherà probabilmente un netto ridimensionamento dei punti focali della legge, soprattutto a discapito dell’uso ludico e dell’autocoltivazione.
Stando agli attendibili calcoli pubblicati dall’associazione FreeWeed – che ha analizzato la lista completa dei nomi (tra cui Meloni e Binetti) che andranno a formare il comitato ristretto – possiamo infatti vedere 4 rappresentanti favorevoli alla coltivazione personale e alla destinazione ludica nella Commissione Affari Sociali, contro 13 rappresentati contrari alla condotta; nella Commissione Giustizia invece la situazione è molto più equilibrata e si pronostica un’impasse, con 8 favorevoli e 8 contrari. I numeri quindi non ci sarebbero e il rischio è che il nuovo testo finisca per essere una semplice integrazione alle attuali norme che regolano l’utilizzo e la produzione di cannabis medica.
Se infatti eliminiamo da entrambi i testi in esame la parte relativa all’uso ludico e alla conseguente possibilità di autoprodurre, restano ben poche novità sul piatto. Se in fase di discussione si dovesse rinunciare a prendere in considerazione anche quanti utilizzano la cannabis per scopi altri da quelli medici, la possibile legge sulla legalizzazione si trasformerebbe nella semplice creazione di un monopolio di stato sulla marijuana medicale.
Insomma il pessimismo è di nuovo obbligatorio. Anche perché, visti gli due ultimi decreti approvati in ordine di tempo – sicurezza urbana e immigrazione – maggioranza e governo vanno in senso diametralmente opposto allo spirito del disegno di legge, imponendo nuovamente una gestione securitaria della cosa pubblica. Di sicuro vale la pena provarci e portare di nuovo l’istanza in aula, ci auguriamo solo che, durante la discussione, si tenga conto di quei 6 milioni di italiani che ancora oggi vedono la loro libertà individuale minacciata dall’azione legale.
di Giovanna Dark

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