Indica cosa indica

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È possibile suddividere tutti gli strain esistenti in indica e sativa?
Qualche volta, a me e a molti dei miei amici, capita di passare la canna e notare un effetto diverso. Come se l’erba appena fumata fosse a volte narcotica o euforizzante o rilassante; magari ti manda in fissa con mille pensieri oppure rilassa totalmente il corpo, ma non ha effetti sulla testa. Chiaramente la prima domanda è: ma cosa sto fumando? Quasi sempre si tratta di autoproduzioni casalinghe di appassionati che scelgono di utilizzare selezioni di genetiche nuove provenienti da ogni parte del mondo. La risposta è il nome dello strain, cioè la varietà di cui si tratta. Siccome però non tutti i nomi si riferiscono a uno standard conosciuto, diventa praticamente molto difficile fumare la medesima Cannabis con lo stesso aroma ed effetto. Diciamo che nel mondo cannabico vi sono alcune linee guida sui sapori che uno strain deve avere, ma non vi sono categorizzazioni sul contenuto di cannabinoidi e terpenoidi. Questo porta a un po’ di confusione, quando ci si deve confrontare con altri appassionati senza avere un campione rappresentativo di ciò di cui si parla. Purtroppo dove è illegale (o alegale), hanno luogo dinamiche di scarsa condivisione di materiale e conoscenze: per segretezza il tuo vicino potrebbe essere un gran breeder e tu potresti non scoprirlo mai. Il proibizionismo, oltre a creare disagio e terrore, ha anche contribuito ad accrescere l’ignoranza, alimentando leggende e falsi miti su svariati strain. Un esempio tra tutti? Qual è stata la prima Kush è una domanda a cui si può rispondere con diverse versioni di storie tutte underground; mentre se fosse stato legale all’epoca dei fatti, allora sapremmo per certo l’origine di un filone di breeding ben battuto negli ultimissimi tempi.
Al nome dello strain viene a volte accompagnata la dicitura indica o sativa o mix delle due. Ed è una distinzione comunemente riconosciuta dalla cultura cannabica: le piante di indica sono basse, molto ramificate, dalla fioritura rapida con grandi infiorescenze, con foglie larghe e dal verde più intenso. L’effetto normalmente è narcotico, sedativo e in generale rilassante. Le piante sativa invece presentano internodi allungati, infiorescenze poco compatte, scarsa ramificazione e foglie strette e molto allungate. L’effetto di uno strain di sativa è energetico, tonico, enterogeno, adatto all’utilizzo diurno. Purtroppo però queste affermazioni sono fallaci. L’errore diffuso è associare un determinato effetto a una determinata morfologia della pianta. Purtroppo quindi indica e sativa sono una distinzione morfologica della pianta che nulla ci può dire sul contenuto di cannabinoidi e terpenoidi della medesima fumata. Anche dai laboratori abbiamo uguale riscontro: non vi sono test che evidenzino un determinato chemiotipo indica o un chemiotipo sativa: entrambe le varietà funzionano per svariate patologie, ma sempre presentano differenze intrinseche dovute ai diversi costituenti. Inoltre, anche un nome di uno strain non è sempre garanzia di un determinato chemiotipo. Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che esistano diversi genotipi in relazione al chemiotipo espresso, in quanto sappiamo che i cannabinoidi sono regolati dai geni: se il contenuto di cannabinoidi è il risultato dell’espressione genica, possiamo parlare di genotipi e associarvi il rispettivo chemioprofilo. Altri studiosi invece ipotizzano di poter studiare e catalogare i costituenti minori della resina della Canapa, esclusi quindi i fitocannabinoidi, al fine di ottenere un indicatore di un determinato biotipo: non è un’idea poi così strana, ma dovrebbe tener conto anche dei cannabinoidi per via del suddetto effetto entourage. Naturalmente, queste ricerche vengono effettuate tenendo conto che a parità di condizioni ambientali e di trattamento, si ottiene il medesimo chemiotipo. Un clone di una pianta coltivata in determinate condizioni riprodurrà esattamente lo stesso risultato finale. Per valutare un chemiotipo si deve quindi coltivarlo nelle migliori condizioni possibili e confrontarlo con un altro prodotto risultante dalle stesse condizioni.
Nessuno però si è mai soffermato su indica o sativa, perché indica o sativa non dice nulla sui cannabinoidi né sui terpenoidi. La Canapa appartiene tutta alla medesima specie, perché interfertile se incrociata e soprattutto non presenta nuovi cannabinoidi, a parte quelli già conosciuti. Entrambe le caratteristiche fanno propendere gli studiosi per una sola specie ramificata in diverse varietà. Come al giorno d’oggi succede con le razze canine, sono tutte interfertili e se incrociate danno luogo sempre a canidi. Parlando della nostra beneamata Canapa, siamo però in dovere di considerare varietà differenti dal punto di vista dei cannabinoidi espressi: le varietà di Hortapharma monocannabinoide ottenute grazie al breeding selettivo o il canapone industriale sono effettivamente e morfologicamente piante dal sapore diverso e dall’effetto tutt’altro che simile. Una Super Lemon Haze e una Exodus Cheese sono della medesima specie, ma differiscono nel contenuto di costituenti chimici, quindi nel sapore e nell’effetto.
Indica cosa indica 2
Ciò ci deve portare a riconsiderare la dicitura indica o sativa e soprattutto a ripensare al loro utilizzo tra i consumatori. Non vi sono differenze di effetto tra una pianta cresciuta tozza e ramificata o una sviluppatasi alta e spigata. Numerosi strain definiti sativa presentano un forte effetto sedativo, mentre altri considerati indica sono saporiti quanto energetici, come si nota spesso degustando i fiori dei coffee shop. È indiscutibile che una Amnesia Haze renderà difficile prendere sonno, mentre una 1024, che sulla carta risulta sativona, sarà nella maggior parte dei casi un valido aiuto al relax serale.
Un utilizzatore di Canapa terapeutica avrà notevoli difficoltà ad assumere il corretto medicamento, se gli si prescriverà un determinato chemiotipo, cioè se non saprà esattamente quali sostanze cercare nei fiori. Nella mia esperienza di dealer in un Cannabis Club devo interpretare cosa mi chiedono i soci, per poter consigliare al meglio quale tra i prodotti disponibili possa soddisfare le loro richieste. A volte una scelta casuale tra le sative disponibili a menù si tramuta in un errore. Provate voi ad andare in ufficio la mattina dopo aver consumato una varietà definita sativa, ma ricca in mircene: solo alzare i gomiti dalla scrivania vi costerà uno sforzo tremendo. No, non siamo di fronte agli OGM e tantomeno alle erbe spruzzate di farmaci. Semplicemente si è scoperto che, grazie alle centinaia di principi attivi riscontrabili nella Canapa, si possono incrociare e selezionare individui dalle caratteristiche peculiari. Questo procedimento si chiama breeding selettivo ed è la strada battuta dai breeder professionisti per ottenere varietà con caratteri ancora inediti (nuovi rapporti THC/CBD, senza cannabinoidi, senza THC né CBD, ecc.).
Al giorno d’oggi, con la varietà crescente di strain disponibili, siamo di fronte a numerosi sapori nuovi e a un’infinità di effetti lontani dal mero rilassamento delle canne di tanti anni fa. Proprio ora dobbiamo quindi introdurre tra di noi distinzioni in più quando parliamo di strain di marijuana. Coltivare sativa o indica è riduttivo e fuorviante, quando si potrebbe e dovrebbe specificare il chemiotipo, così da rendere meglio usufruibile ai consumatori il prodotto della raccolta. Prima o poi avremo modo di confrontare diversi fiori parlando di chemiotipi, in modo da poter chiaramente esplicare la tipologia di principi attivi, e quindi l’effetto, agli utilizzatori finali. Per ora dobbiamo impegnarci a sapere di più senza accontentarci di indica, sativa o mix. In Spagna va di moda definire ibride le varietà risultanti da un incrocio indica pura con sativa pura, senza tener conto dell’impossibilità di definire cosa sia un’indica e una sativa pura. E l’effetto delle ibride qual è? Diverso caso per caso, ovviamente.
La scienza viene in aiuto di noi grower hobbistici fornendoci i mezzi per analizzare e studiare i nostri prodotti. Purtroppo lo stato d’illegalità in cui si trova la Canapa nella maggioranza degli Stati al mondo e il costo delle analisi di laboratorio rendono difficile uno studio casalingo dei propri prodotti. Un’analisi con uno strumento da laboratorio del costo di centinaia di migliaia di euro può costare fino a trecento euro a campione: decisamente tanto per un hobby. Quel che si può fare in casa è però qualcosa di simile, non strumentale, solamente meno accurato ma comunque veritiero: un’analisi colorimetrica. La colorimetria, come suggerisce il nome, è un’analisi basata sul colore assunto dalla nostra analisi. A seconda del colore e dell’intensità del nostro campione, possiamo dedurre qualche considerazione in merito al contenuto di principi attivi del nostro prodotto. Naturalmente va ribadito che ogni risultato ottenuto andrebbe comprovato strumentalmente in laboratorio per averne la certezza e una quantificazione credibile. Io mi cimento spesso in queste prove colorimetriche e se un giorno otterrò risultati fuorvianti, investirò in analisi di laboratorio strumentali più serie, ma per ora mi limito a comprovare la presenza o l’assenza dei principali cannabinoidi con analisi a basso costo e ripetibili anche a casa mia.
La prima analisi che consiglio è il test per il CBD di Beam. Su Google si può trovare la ricetta portata alla conoscenza di tutti da parte di Chimera sul forum di ICMAG: le parole chiave sono “CBD Beam’s test”. È un test veloce e alla portata di tutti, per valutare se un campione contiene CBD. I materiali occorrenti sono: un piattino di ceramica o un piatto d’orologio bianco, dell’Idrossido di Potassio (KOH) e dell’etanolo (l’alcool buongusto a 96 gradi per i liquori è facilmente reperibile e non ha un costo eccessivo). Si tritura un grammo di prodotto da analizzare e lo si decarbossila in un forno per 5 minuti a 100 gradi. Poi s’immerge il campione decarbossilato in 10 ml di alcool e si lascia in infusione una decina di minuti avendo cura di agitarlo spesso per favorire la soluzione. Trascorsi i dieci minuti si prelevano 0,2 ml di soluzione e si lasciano evaporare sul piattino di ceramica bianco da caffè. Nel giro di altri dieci minuti tutto l’alcool sarà evaporato, lasciando sul piattino residui invisibili che sono i cannabinoidi disciolti dal nostro campione. Dopodiché si aggiungono quattro gocce di reagente preparato secondo questa ricetta: 95% alcool etilico e 5% idrossido di potassio. Dopo altri cinque minuti si noterà un cambiamento di colore sul nostro piattino da caffè: se il residuo contiene CBD, noteremo un colore violaceo maggiormente intenso quanto più CBD contiene il nostro campione. Questa analisi è utile soprattutto per gli utilizzatori terapeutici che vogliono comprovare la tipologia di prodotto che consumano, maggiormente negli ultimi tempi quando sempre più banche di semi offrono varietà ad alto contenuto di CBD. Oppure un’altra analisi colorimetrica fattibile in casa è la cromatografia a strato sottile, la TLC, dall’acronimo inglese Thin Layer Cromatography. La TLC permette di avere un profilo dei cannabinoidi presenti nel campione analizzato e un’idea di massima sulla loro quantità. Sempre su internet si trova il procedimento completo per svolgere TLC in maniera facile ed economica nella propria cucina.
Le analisi colorimetriche sono un buon inizio per conoscere meglio i prodotti che si assumono, affinché ci si renda conto della grande varietà di tipologie ed effetti presenti nel mondo della Cannabis che non si può ricondurre, nella sua varietà, a due tipologie (indica e sativa).
Text: CBG Foto: Dinafem

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