Noi, ragazzi con la canna in mano.

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Interview

Nello scorso numero abbiamo cominciato una conversazione sull'uso e l'abuso di cannabis con un nutrito gruppo di adolescenti. Tutti rigorosamente teenager, tutti provenienti da una città decisamente borghese del nord Italia, tutti ancora tra i banchi di scuola. Abbiamo voluto dare la parola a loro perché molto spesso “i giovani” vengono tirati in ballo a favore di statistica, per dare un senso agli allarmismi proibizionisti e giustificare così misure chiaramente repressive come le perquisizioni – con tanto di cinofila – tra i banchi di scuola. Con la stessa frequenza ci si dimentica però di dar loro la possibilità di esprimersi su una materia che in fondo conoscono molto meglio di quanti invece ci pontificano sopra.. 

Nelle pagine già pubblicate abbiamo voluto parlare con loro proprio dell'ingerenza dello Stato nelle scuole. Abbiamo chiesto loro se avessero vissuto esperienze del genere e, di fronte ad un'ampia conferma, ci siamo fatti spiegare cosa vuol dire per un adolescente essere forzatamente messi a confronto con lo stigma sociale della “droga”, in un ambiente come quello scolastico. Un ambiente che abbiamo scoperto essere un microcosmo in cui vigono regole proprie: dove i presidi hanno facoltà di convocare le forze dell'ordine per rovistare negli zaini degli studenti ma, una volta di fronte al solitamente magro bottino, tutto si risolve al massimo con una sospensione e una noiosissima e per nulla producente ramanzina.

Grazie al loro racconto, abbiamo poi avuto conferma di quanta diffidenza ci sia verso chi pretende di spiegare ai ragazzi il vasto e complicato “mondo della droga”. Demonizzata, politicizzata, decontestualizzata: così è stata vista la cannabis con il filtro degli “educatori” (NdA le virgolette sono volute). E il risultato, com'è ovvio, è che l'autoformazione e l'esperienza degli amici sono viste come uniche vie per scoprire quello che in fondo rimane ancora un tabù.

Continuiamo allora a chiacchierare con loro. In questa seconda parte ci si concentrerà su come i ragazzi vivono il loro rapporto con la cannabis e come lo inseriscono all'interno del loro contesto, familiare soprattutto.

Il luogo comune che si sente più spesso è che “i giovani si avvicinano alla droga perché hanno delle situazioni familiari disastrate e cercano attenzioni oppure hanno dei problemi pregressi”. Personalmente trovo che sia la risposta più semplice e quindi la mano veritiera. Voi cosa dite?

V. Beh di sicuro c'è la curiosità. Parecchia.

C. Secondo me dipende da persona a persona. Cioè, lo vedi uno che fuma perché gli piace e uno che invece fuma per insicurezza e per farsi accettare dagli altri in qualche modo.

Secondo voi, il fatto di essere indirizzati dalla scuola verso una struttura di recupero per l'uso o “l'abuso” di cannabis può essere considerata una cosa positiva?

R. Beh ovvio che è una cosa negativa. Ti segna di brutto. Credo che ognuno dovrebbe prima provare a fare una rielaborazione personale. Cioè uno non è che non arriva a dire “stavo esagerando, non ero in grado di fare quello che volevo fare, non ero in grado di studiare perché passavo la giornata ad ammazzarmi di cannoni”. E allora se tu li ti dici, “ok diminuisco” ti colpisce lo stesso ma comunque molto meno di una visita al SERT, dove incontri gente che si fa di qualunque cosa… cioè se alla fine ti mandano in un posto del genere, ti senti molto più in colpa, ti senti un drogato, un tossico, ti vedi come una cattiva persona.

C. Secondo me mandare un figlio al SERT perché si fa le canne è un po' scansare il problema. Ci sono genitori che non si accorgono di un cazzo ma ci sono anche quelli che lo sanno perfettamente e non fanno niente. Io se fossi genitore cercherei di capire prima di tutto qual'è il motivo per cui mio figlio lo fa. I miei hanno fatto così: prima mi hanno portato a fare analisi, esami ma non serviva un cazzo perché portavo il piscio di un altro, cose così… Invece poi quando mi hanno messo davanti al problema, mi hanno fatto vedere che mi stavo rovinando, allora la musica è cambiata.

Quindi secondo voi il problema della “dipendenza”, se cosi la vogliamo chiamare, è qualcosa da risolvere prima di tutto in casa, in famiglia, piuttosto che a scuola?

C. Beh tutto parte da li. È li che tu hai i tuoi punti di riferimento di base. E poi comunque aiuta avere dei genitori che hanno avuto esperienze di questo tipo. Io ho dei genitori che hanno fumato e che possono capire quali sono le mie problematiche. Cioè se fumare diventa il tuo scopo della giornata è un problema.

P. Spesso però i genitori non servono a un cazzo. Soprattutto se fingi di non sapere. Così un figlio lo rovini. Però per un genitore magari è più facile perché così non ti metti mai in una situazione di conflitto, tuo figlio ti adora e non ci sono casini in casa.

Ascoltandovi parlare, quello che mi salta di più all'occhio è che in fondo voi parlate di uso di cannabis come di una situazione da risolvere. Come se voi, nonostante facciate uso di cannabis, lo viviate non tanto come un problema ma piuttosto come un senso di colpa. Insomma lo sentite lo stigma sociale?

C. Io il discorso che ho fatto lo intendevo nella misura in cui uno esagera. Cioè uno che nonostante sia già fatto vuole annebbiarsi ancora di più. Se ti fumi 15 ROOR al giorno arrivi a fine giornata che non capisci più un cazzo. Cioè quando te passi questo limite è ovvio che diventa un problema da risolvere. È anche segno di maturità rendersi conto che a volte si esagera. Cioè io lo so che se ne abuso questa cosa mi può portare su una strada sbagliata…

Cosa intendi quando dici “strada sbagliata”?

V. È una questione di produttività. Di equilibrio della vita. Devi trovare un equilibrio tra il fumarti le canne e l'essere socialmente utile, accettabile.

P. Cioè alla fine noi viviamo in una società che ci richiede una determinata produttività. Se abitassimo in Asia su una spiaggia allora li non c'è bisogno e puoi distruggerti dalla mattina alla sera però se ti chiedono di lavorare, di studiare in un certo modo… Per esempio io finché andavo bene a scuola e mi distruggevo di canne non c'era problema. Facevo la mia parte e tutti erano felici e contenti. I problemi sono cominciati quando ho smesso di fare quello che dovevo fare perché il mio unico scopo era sfondarmi di canne. Li mi son perso completamente, non facevo più niente: mi alzavo per fumare e poi andavo a dormire. Allora li son cominciati i problemi a casa, la botta diciamo. Ma quando ci sbatti il muso, poi vedi che ti ripigli: ti trovi degli altri impegni e decidi di fare qualcosa che ti frutti, che ti dia qualcosa per cui essere contento. Cioè non puoi accettare che lo spinello diventi il tuo unico obbiettivo. Lo spinello deve essere un coronamento alla tua vita. Cioè alla fine lo spino può arrivare anche ad essere un incentivo. Tipo, ti dici, appena finisco di studiare mi faccio un cannone gigante e vedi che poi vai come un treno.

C. Beh io se mi faccio un cannone dopo aver studiato non mi ricordo più un cazzo… (ride)

V. Secondo me è comunque questione di come ti vivi la cosa. Cioè se tu dici, “ok mi devo concentrare sulla scuola”, alla fine puoi anche fumare. Però se tu già non hai voglia di fare un cazzo, non hai obbiettivi, allora una volta che ne hai spenta una dici vabbè vaffanculo me ne rollo un'altra e la giornata va in vacca. Per questo secondo me è una roba totalmente soggettiva.

Da quello che abbiamo potuto leggere fin qui è chiaro che questi ragazzi hanno le idee abbastanza chiare. Nonostante ne facciano uso pressoché quotidiano, questi adolescenti sanno benissimo che la cannabis è una sostanza stupefacente che va ad incidere sulla quotidianità, sulle abitudini e (nella loro giusta ottica) sul rendimento scolastico. Sono loro i primi a rendersi conto che spaccarsi di canne tutto il giorno, tutti i giorni, non è un comportamento socialmente accettabile e che se si vuole godere a pieno dell'high che solo la cannabis può dare, è meglio darsi un contegno e guadagnarsi l'agognato spliff solo dopo aver proficuamente adempiuto a quanto le convenzioni sociali ci impongono.

Personalmente, mi ha colpito e allo stesso tempo fatto riflettere, il fatto che la famiglia venga tirata in ballo – anzi chiamata proprio – a far da controllore. È come se questi ragazzi percepissero la necessità di avere dei limiti ma non essendo in grado di darseli da soli (vuoi la sfrontatezza della giovane età…) delegassero la famiglia. Famiglia che, come abbiamo potuto leggere, non sempre è quella tradizionale che vede nella cannabis un tabù da demonizzare.

Cosa dire in conclusione? Che è tenero vedere questi ragazzi, da un lato curiosi e vogliosi di scoprire il mondo, prendere atto dei loro limiti in visione del loro prossimo ingresso nell'età adulta. È quasi disarmante ascoltarli mentre programmano lo sballo come giusto coronamento di una giornata di studio o lavoro, o mentre giudicano quelli che, a differenza loro, hanno fatto della cannabis la loro unica (anche se momentanea) ragione di vita. Ma dite che lo sappiano che ormai l'asticella dell'età adulta è stata spostata sopra i 45 anni?

 

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