La Regione Puglia a luglio di quest'anno ha storicamente deciso di partire con la coltivazione di canapa medica per ridurre i costi ai pazienti (si stima di poterla fornire a 1,55 euro per grammo), mentre nella retrograda Lombardia l'oscurantismo della Lega non lascia trapelare luce per le piante. Per ovviare a questa mancanza, l'11 giugno si è svolto a Milano, nel Palazzo Pirelli, il convegno “L'erba che cura”, organizzato dal Movimento 5 Stelle al fine di sensibilizzare la giunta e la popolazione sull'uso dei cannabinoidi nelle terapie. Nel Novembre 2013 il M5S presentò una proposta di legge in Consiglio regionale lombardo, “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”, ma la maggioranza (nel momento in cui scrivo) non ha ancora calendarizzato la discussione, rendendo impossibile l'approvazione.

La Regione Puglia a luglio di quest'anno ha storicamente deciso di partire con la coltivazione di canapa medica per ridurre i costi ai pazienti (si stima di poterla fornire a 1,55 euro per grammo), mentre nella retrograda Lombardia l'oscurantismo della Lega non lascia trapelare luce per le piante. Per ovviare a questa mancanza, l'11 giugno si è svolto a Milano, nel Palazzo Pirelli, il convegno “L'erba che cura”, organizzato dal Movimento 5 Stelle al fine di sensibilizzare la giunta e la popolazione sull'uso dei cannabinoidi nelle terapie. Nel Novembre 2013 il M5S presentò una proposta di legge in Consiglio regionale lombardo, “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”, ma la maggioranza (nel momento in cui scrivo) non ha ancora calendarizzato la discussione, rendendo impossibile l'approvazione.

Come da programma, la conduzione è stata a cura del consigliere M5S Paola Macchi, seguita agli interventi del Dott. Edgardo Vieira de Manincor, membro di Assocanapa, l’agronomo Gianpaolo Grassi, ricercatore presso il Centro Ricerca per le Coltura Industriali di Rovigo, la Professoressa Daniela Parolaro, dell’Università dell’Insubria, il Dottore Vidmer Scaioli, dell’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano.

Il Dottor Vieira ha fatto una vasta panoramica sulla canapa, raccontando l’antica storia a partire dal Paleolitco, l’uso tessile e alimentare e come fattore di sviluppo umano grazie alle corde e alla cucitura di vele. Una specie unica e ad alta variabilità, ma c’è un discrimine e le piante con THC inferiore al 0,2% sono tornate coltivabili in Europa dal 1998, mentre quelle contenenti quella molecola in maggior quantità sono considerate dalle autorità pericolose per la specie umana. 

La canapa migliora il terreno, potrebbe prevenire l’innalzamento delle temperature, ed è utilizzata pure nell’edilizia con mattoni ecologici. Con la canapa possiamo produrre carta più efficientemente rispetto al tagliare foreste, per esempio, ma i frigidi repressori non riescono a capacitarsene. Utilizzandola in tutte le parti, si possono costruire carrozzerie di macchine e pure alimentarle con la canapa e fortunatamente sta tornado, specialmente nella cosmesi, come vestito e pure come alimento. Da suoi semi si estraggono olio e farina e le sue qualità nutrizionali e farmaceutiche la rendono un cibo salutare. L’olio ha Omega 3 e 6 nella giusta proporzione, vitamine D e E importanti anche nella crescita, sali minerali come calcio, magnesio, potassio. La farina è pure molto proteica e con tutti gli aminoacidi essenziali all’uomo acquisibili con il cibo.

La sola canapa cosiddetta industriale (preferisco il termine “agricola”) può praticamente risanare il mondo!

L’intervento del dottor in scienze agrarie Giampaolo Grassi, con l’autorizzazione alla cultura sperimentale di canapa medica, tessile, agricola, ludica, è stato invece molto più tecnico.

Il centro di colture sperimentali di Rovigo dal 1994 coltiva canapa e sono arrivati a stabilizzare 300 varietà, grazie all’incrocio di esemplari maschi e femmina. In questo processo, la gran versatilità della canapa permette tramite piccoli procedimenti chimici di ottenere fiori maschi su piante femmine, che produrranno semi fertili femminizzati, velocizzando il processo.

Son piante molto variabili nella forma esterna, ma pure nella composizione interna, viste le innumerevoli molecole presenti: un centinaio di cannabinoidi, terpeni e flavonoidi utili nella terapia. Gli sforzi del dottor Grassi si sono quindi rivolti alla selezione di specie con abbondanza di singoli cannabinoidi. Il tutto nei limiti della natura, perché cercando d’ottenere piante ad alto contenuto di Cannabidiolo (CBD), per esempio, generalmente si finisce con l’aumentare anche il THC. 

A livello medico, esiste poi il problema di stabilizzare la quantità di principi attivi in tutti i fiori della pianta, in modo che il paziente ottenga sempre lo stesso effetto dalle medesime quantità. In natura però il fiore apicale, ricevendo più luce, produce più cannabinoidi rispetto ai fiori sui rami più bassi. Per ovviare a questo problema, Grassi ha proiettato il disegno di una “legatura a ventaglio” della pianta su rete orizzontale posta qualche centimetro sopra i vasi (SCROG). Ciò permette d’uniformare l’esposizione alla luce della pianta, quindi il contenuto di resina nei fiori per i pazienti. Il Dottor Grassi, pur di aggirare una legge stupida, con quattro-cinque anni di lavoro, selezionando tra 4-5000 piante, è riuscito perfino a sviluppare una pianta totalmente priva di cannabinoidi, utilissima pure nella terapia, perché può essere impiegata nella sperimentazione medica come “perfetto placebo”, funzionando in alcuni casi solo con la suggestione. 

Un corredo floreale di tutto rispetto quello Rovigo, con coltivazioni in campo outdoor, in serra, growbox e che, unito alla bravura di Grassi, ha pure attirato l’attenzione di nazioni estere. Spesso infatti Grassi si sposta fuori confine per partecipare a conferenze e incontrare altri esperti, trovando le argomentazioni sulla canapa di tutt’altro tipo rispetto all’Italia: ormai non si parla più di pene e multe, ma di come fare a ottenere tutti i vantaggi possibili da una pianta incredibile.

Grassi si è quindi soffermato sul cannabinoide CBD (cannabidiolo) e le sue proprietà antitumorali. Esistono prodotti, non realizzabili in Italia per mancanze di regole, con CBD in olio d’oliva, per esempio, che offrono molte applicazioni terapeutiche e sono importabili anche senza ricetta da siti internet. In Italia, tra l’altro, ci sono diverse varietà di canapa agricola che sono state ereditate dal passato e generalmente presentano buone quantità di CBD, come la “2077”, con CBD al 12% (nell’erba ludica generamente è meno dell’1%), ma che purtroppo supera la soglia dello 0,2% di THC e pertanto non può essere coltivata a beneficio anche dei  pazienti. La varietà piemontese “Carmagnola” di Assocanapa, può invece esser coltivata anche in Italia perché ha THC sotto lo 0,2, ma pure una buona quantità di CBD (rapporto CBD:THC è 29:1).

Oltretutto – ha spiegato Grassi – grazie alla collaborazione con il professor Giovanni Appendino (docente di chimica all’Università del Piemonte), è stato trovato un metodo che permette di togliere il THC dai preparati a base di CBD, lasciando ben sperare per il futuro della cura con questo cannabinoide. Altre sperimentazioni sul CBG (cannabigerolo) hanno invece mostrato come la coltivazione di montagna fosse favorevole allo sviluppo di tal cannabinoide.

In Italia, praticamente, abbiamo illustrissimi scienziati, ricercatori, agronomi, oltre alla varietà di microclimi ottimi per la coltivazione (altro che la California!) e già 4-5 anni fa si poteva partire con le cure di moltissimi malati, iniziando a non bruciare i chili d’erba prodotta a Rovigo, che potrebbero essere trasformati in medicina, mentre la cura rimane solo per ricchi (35 euro al grammo con ricetta bianca del medico). Questo nonostante i numeri dimostrino che un paziente in cura con la cannabis ha mediamente bisogno di 1 chilogrammo all’anno, ma alcuni pure due. È quindi necessario intervenire per ridurre i costi come in Puglia, anche perché attualmente le richieste al Ministero della Salute di cannabis sono arrivate a circa 1.200 – ha raccontato Grassi di ritorno dal Ministero – e la maggior parte derivano dal fatto che gli ospedali hanno cominciato a curare gli spasmi della sclerosi multipla con il Sativex, il farmaco spray sublinguale con i soli estratti di THC e CBD dalla pianta approvato lo scorso anno. 

A proposito di farmaci di sintesi, la farmacologa Parolaro non ha gradito il titolo della conferenza, non appropriato, a suo avviso, per la sanità del 2014, che dovrebbe essere basata sulle pastiglie. La farmacologa è stata ben chiara nel definire come l’uso abituale della cannabis sia per i malati. Se non c’è un bisogno per motivi di salute, il consumo regolare di cannabis può divenire un fattore negativo, in quanto l’apporto di cannabinoidi va in eccedenza rispetto al bisogno. Se il Sistema Cannabinoide Endogeno (SCE) presente nell’essere umano è sottotono con la cannabis si equilibra, ma se ne viene somministrata troppa va in sovratono, ha spiegato la dottoressa, e può scatenare l’ansia, per esempio, soprattutto con le Sative.

Soffermandosi su THC e CBD, la farmacologa ha poi fatto notare come chimicamente si tratti di due molecole quasi identiche, ma con un effetto diverso sull’organismo: mentre il THC ha dei bersagli specifici nel sistema nervoso centrale (i recettori dei cannabinoidi), il CBD lega pochissimo con i recettori. La distribuzione dei recettori è molto abbondante nel sistema nervoso: sono presenti nell’ippocampo che regola la memoria, in area del cervello dedite all’apprendimento, nella corteccia prefrontale, per esempio. Il CBD è un ottimo ansiolitico e antidepressivo. Il miglior impiego è nella schizofrenia e nella psicosi, perché è un’anti+psicotico sicuro con molti meno effetti collaterali rispetto a altri farmaci, come l’aumento di peso. Funziona perché nonostante non sia recepito dai recettori dei cannabinoidi presenti nel corpo, alza il tono del principale cannabinoide endogeno, l’Anandamide (beatitudine in sanscrito), dando vita ad effetti anti-psicotici. Il CBD, tra l’altro, non essendo tossico, può essere assunto in grandi quantità. 

Per quanto riguarda l’importanza del dosaggio, la dottoressa ha fatto notare come nel Sativex si passa da piccola dose che può non far niente, a poca più che lo rende efficace, ma alla quale aggiungendone ancora potrebbe rendere negativo l’effetto. Gli accademici tendono a far diventare il problema del dosaggio come una cosa risolvibile solo da illustri dottori, ma con la primitiva assunzione per inalazione di erba pura (meglio con il vaporizzatore) è ancor più semplice regolarsi: quando vien da tossire significa che i polmoni sono già rilassati e non ce ne più bisogno. D’altro canto il bronco spasmo è generalmente talmente forte da impedire un’ulteriore assunzione. 

I cannabinoidi hanno inoltre una buona attività neoplastica e possono essere usati nella cura del tumore, da quello della mammella, dell’intestino, al celebrale. Il SCE regola pure l’appetito e recentemente è stato anche scoperto come il cannabinoide THCV abbia un effetto anti-obesità, senza effetti collaterali. La dottoressa ha terminato sostenendo  come aggiungere la cannabis ad un trattamento tradizionale, come la chemioterapia, permette di ridurre i farmaci mantenendo l’effetto curativo, così come nella cura del dolore permette di ridurre la morfina. 

Per i farmacologi la canapa è quindi un “substrato ricco” da cui partire concretamente per realizzare nuove medicine e su cui c’è molto da lavorare.

Anche perché la cannabis è molto efficiente in malattie rare e recentemente è risultata un ottimo rimedio contro le epilessie infantili con continui attacchi su tutte le 24 ore, tanto che la Food and Drug Administration americana ha proceduto alla sua approvazione velocemente per questi trattamenti.

È stato quindi il turno del medico Scaioli a rimarcarne la validità in neurologia e, con la sua esperienza, a rilevare le problematiche di accesso al farmaco. Scaioli ha sottolineato con rammarico come purtroppo non esistono studi fatti in Italia e il medico oltre a doversi rivolgere all’estero per importare i farmaci, è costretto a consultare documentazione in inglese per verificare le prove scientifiche, e questo non giova alle prescrizioni. In Italia non si fanno nemmeno trial clinici (studi su soggetti volontari a rispondere a domande) a orientare i medici.

Il dottore si è quindi soffermato sull’uso del vaporizzatore che, senza degradare i principi attivi, è privo di sostanze nocive della combustione. Uno strumento utilizzato da anni in Germania, cita Scaioli, anche se pure in questo caso importiamo conoscenza per mancanza di impulso alla ricerca. La superficialità e la mancanza di volontà politica dei governanti pone quindi il medico nella condizione di dover “rubare” le conoscenze per curare il paziente.

Come succede spesso, inoltre, è il paziente a sollecitare la volontà di ricevere cannabis, perché informandosi ha scoperto la sua utilità, ponendo nuovamente il medico in una situazione di sconforto.

È quindi necessario, ha sostenuto il medico, cambiare qualità del dibattito: finché esiste una legge repressiva ci saranno sempre difficoltà d’accesso alla terapia per malati e non si riuscirà a far diventare la cannabis prima scelta o terapia alternativa, perché non si riesce a far conoscere le potenzialità ai medici.

A conclusione dell’incontro, l’intervento della consigliera grillina Iolanda Nanni, prima firmataria della proposta, a fare il punto della situazione sulla schizofrenica legislazione italiana: i tabù e la mancanza di capacità nel vedere l’estero dei governanti, impediscono ai pazienti di curarsi e accedere alla medicina facilmente, come sarebbe facile fare se la legislazione fosse di buon senso e permettesse a chiunque di coltivare l’erba.

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