Comunicare la cannabis

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Non è per fare l'hipster (detesto gli hipster) ma io di televisione ne guardo davvero poca. Preferisco lo streaming sub ita e i cari vecchi libri. È solo che dopo che il tuo ragazzo ti lascia dopo 8 anni di convivenza, un periodo di catatonia sul divano a sbavare davanti al teleschermo, non te lo leva davvero nessuno. E così l'altra sera stavo facendo distrattamente zapping quando.

Non è per fare l'hipster (detesto gli hipster) ma io di televisione ne guardo davvero poca. Preferisco lo streaming sub ita e i cari vecchi libri. È solo che dopo che il tuo ragazzo ti lascia dopo 8 anni di convivenza, un periodo di catatonia sul divano a sbavare davanti al teleschermo, non te lo leva davvero nessuno. E così l'altra sera stavo facendo distrattamente zapping quando.

mi è capitato di imbattermi in Lucignolo, il programma “trasgressivo” per i gggiovani (l'enfasi sulla lettera G è volutissima) che racconta i gggiovani. Mentre parlavano di non so quale ultima moda tra i “millennials” – la prima vera generazione digitale n.d.a.– un bannerino a fondo schermo anticipava il servizio che avrebbe seguito e la parola “cannabis” mi ha convinto, mio malgrado, a restare su Italia 1. La manifestazione di Roma si era svolta proprio quel giorno e mi aspettavo un servizio che avrebbe trattato il tema del proibizionismo in Italia. È pur sempre un programma gggiovane e trasgressivo no? Come al solito, mi sbagliavo.

Posto che avrei dovuto sapere che Lucignolo non è una testata giornalistica (sebbene si fregi di essere un rotocalco del tg Studio Aperto – si proprio quello che ha la scaletta fissa fatta, nell'ordine, da cronaca nera, meteo e fighe ben poco vestite), quello che mi sono ritrovata a guardare ha veramente raggiunto la soglia di bassezza più alta (perdonate il gioco di parole) che io mai potessi aspettarmi da un programma che, per definizione, dovrebbe essere “di approfondimento”.

Il servizio veniva presentato come un mega scoop in cui la giornalista era riuscita ad agganciare uno spacciatore di marijuana, intento a fare il giro di consegne nella Milano-bene. “Ok – mi sono detta – vediamo un po' cosa riescono ad estorcergli”. Siete pronti al peggio? Allora partiamo.

Il servizio comincia con il classico tipo dalla faccia sfocata per garantire l'anonimato – e fin li ci siamo, la privacy è un diritto inalienabile, più che mai quella delle fonti – ma la voce non è modificata e dall'accento si intuisce subito che il ragazzo è un milanese: fonte sputtanata. La giornalista sale in macchina con lui per fare, stando a quello che dice il pusher, «il giro di consegne». Subito mi dico: “Oh, lo voglio anch'io io pusher a domicilio! Sai quanti sbattimenti in meno? Come ordinare una pizza!” 

Si pronto, salve, vorrei 2 grammi di Amnesia, un grammo di Cheese e uno di Blueberry.

Per le otto va bene? 

Perfetto, il campanello è Dark, quarto piano, non c'è l'ascensore. 

Poi ci penso e mi dico che questa cosa puzza molto di fiction ma voglio concedere il beneficio del dubbio e continuo nel mio autolesionismo televisivo. Nel tragitto la giornalista comincia a chiedergli quale sia il suo giro. Il ragazzo risponde che lui cerca sempre clienti «coi soldi» perché sono quelli che non battono ciglio quando gli fai il prezzo. E qui casca subito l'asino: solitamente questo atteggiamento – sempre che sia veritiero – è rapportato a droghe come la cocaina, non certo alla cannabis che, lo sappiamo tutti, ha dei costi molto più contenuti anche nel regime del mercato nero. Ma andiamo oltre. 

La giornalista gli chiede quali siano i suoi prezzi e il pusher risponde che il minimo è 15-16 euro al grammo perché lui la paga «10 euro il grammo». Ecco, dopo questa battuta ho avuto la conferma che il servizio fosse pura fuffa. A meno che la giornalista non abbia trovato lo scemo del villaggio, non è assolutamente credibile che uno spacciatore compri la merce all'ingrosso a 10 euro per poi rivenderla a 15 quando si fa anche lo sbattimento del giro in macchina per venirtela a portare a domicilio! Roba da matti.

Stesso servizio, cambio scena. Siamo a casa di una ragazza affetta da fibrosi mialgica. “Ecco – penso – finalmente si parla di cose serie”. Invece mi ritrovo una paziente che considera la cannabis alla stregua della morfina e dice di «non sognarsi minimamente di fumarla perché la cannabis è pur sempre una droga pesante ed è giusto che sia regolamentata come gli altri farmaci». Devono averla davvero cercata col lanternino questa… Segue piccolo siparietto alla Masterchef in cui si vede la paziente preparare i cookies per l'assunzione tramite ingestione. Fine della parentesi Medical Cannabis.

Nel frattempo, sul fondo dello schermo venivano pubblicati i tweet che gli spettatori inviavano alla redazione: metà era a favore della legalizzazione, l'altra metà era contro sulla base dell'assunto per cui la cannabis sarebbe il primo passo verso la tossicodipendenza perché – letteralmente – “la droga fa maleeeeeeeeee!”. Probabilmente questi ultimi, viste le articolate motivazioni, erano i tweet di Giovanardi o del suo fan club. Tanto di cappello ai social media editor di Lucignolo per aver reso così perfettamente bipartisan la questione dei pro e dei contro. Nemmeno l'ex premier trombato, il mesto e scisso Enrico Letta, avrebbe saputo fare di meglio.

L'ultima parte del “servizio” era invece dedicata ai tecnici del CRA, il Centro di Ricerca per le Colture Industriali di Rovigo. Una carrellata dovuta per dare voce ai “tecnici” che tanto piacciono allo spettatore. Un minuto sulle serre, 30 secondi di parola al ricercatore che, ovviamente, lamenta il taglio drastico dei fondi statali per la ricerca medica e botanica. Fine del servizio.

Ora, se questo è il modo di comunicare la cannabis che dobbiamo aspettarci da quello che, teoricamente, dovrebbe essere un programma per giovani, siamo davvero perduti. Dopo aver visto questo scempio della professione giornalistica mi sono detta che quello che più manca, affinché la canapa riconquisti il posto che merita nel mondo, è soprattutto informazione. Manca nei progrediti e liberalissimi Stati Uniti – abbiamo visto a pagina 12 che il Denver Post ha istituito una sezione speciale per occuparsi esclusivamente dell'argomento cannabis –, così come manca tantissimo in Italia. 

Si sa ancora troppo poco delle proprietà di questa pianta ma troppo spesso se ne parla a sproposito, citando vetusti cliché o leggende metropolitane. L'argomento è stato sempre relegato all'underground ma il vento di cambiamento dello scorso anno – con la legalizzazione in Colorado e Washington e soprattutto con la rivoluzione uruguayana di Jose Mujica – ha fatto assurgere la cannabis agli onori delle cronache nell'universo mainstream. Universo da maneggiare con cura, soprattutto per quanto riguarda l'informazione del tubo catodico, quella dei tg e dei talk show, quella degli approfondimenti e dei dibattiti con ospiti in studio.

L'approssimazione, il pressapochismo e le dinamiche da tifo calcistico che caratterizzano l'informazione nostrana hanno creato in Italia una divisione netta tra proibizionisti e antiproibizionisti, come se l'argomento cannabis e derivati (non solo per scopi di assunzione) fosse una cosa manichea: o è giusta o è sbagliata. Ma la marijuana, come ogni cosa, ha infinite sfumature e trattarla o in toni totalmente entusiastici, o in toni del tutto spregiativi, è di certo riduttivo e fuorviante. 

Certo, mi direte voi, ma però ci sono un sacco di giornali e giornalisti che fanno vera informazione sulla cannabis. Sottoscrivo, qui a Soft Secrets ne abbiamo di ottimi e preparatissimi sull'argomento. Il problema fondamentale è che l'informazione di settore, come la nostra, è appunto un'informazione di nicchia che, in quanto tale, non può certo raggiungere il grande pubblico, quello del mainstream. Ed è proprio quel tipo di pubblico, quello composto dalle casalinghe di Voghera e dei pensionati in fissa su Rete 4, quello che deve essere correttamente informato sulle infinite proprietà della cannabis. 

In Italia l’interesse verso le nuove applicazioni dei principi attivi della cannabis c'è e si sta traducendo anche in alcune proposte di legge. Quella del senatore del Pd Luigi Manconi, sulla depenalizzazione dei reati collegati al consumo e alla coltivazione della canapa, ha avuto il pregio di riaccendere i riflettori sulle centinaia di pazienti che pur di non rivolgersi al mercato nero si arrischiano a coltivare in casa piantine di marijuana, e che per questo vanno incontro a severe conseguenze penali. Il CNR ha invece promosso una proposta di legge per avviare coltivazioni protette di cannabis in Italia, allo scopo naturalmente di rifornire le ASL che per l’approvvigionamento all’estero dei derivati della canapa sostengono costi enormi. 

Eppure di questo nei telegiornali non si parla affatto. Così come non si è parlato della manifestazione dell'8 febbraio o dell'abolizione della Fini-Giovanardi, che in tutti i maggiori TG è stata trattata come un semplice aggiornamento da dare in diretta, al momento del pronunciamento della Consulta. I nostri telegiornali preferiscono dedicare servizi al “padre che compera la droga per la figlia” oppure si avventano sulle tristi storie di cronaca nera – come quella di Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi – dipingendo la morte come diretta conseguenza dell'essere dei “drogati”, poco importa di cosa tanto son tutte uguali.

“Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente in allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”. 

Così parlava Giuseppe Fava nel suo articolo “Lo spirito di un giornale” pubblicato l'11 ottobre 1981 sul Giornale del Sud. Il giornalista, ucciso da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984, con queste parole ci ricorda di quanto informare correttamente sia soprattutto un dovere etico, prima ancora che sociale. Un dovere che è teso al miglioramento del Paese e nell'interesse della cittadinanza tutta: parlando della marijuana come una droga “che fa i buchi nel cervello” non si fa un favore a nessuno se non alle narcomafie, che tutt'ora si ingrassano impunemente alle spalle dei consumatori.

La “grande storia” giornalistica del 2014 – come l'ha definita Kevin Dale, il caporedattore del Denver Post –  Soft Secrets la segue dal 1985. E continuerà a tenere fede al suo impegno di aggiornarvi sulle nuove tecniche di coltivazione, sugli usi migliori per i trattamenti terapeutici, sulle ultime sentenze e tendenze in fatto di marijuana. Con un occhio sulla nostra disgraziata Italia e uno sul mondo. Senza per forza fare proseliti, l'invito è quello di divulgare quante più informazioni possibili su una pianta, quella di cannabis, che tanti benefici potrebbe portare se solo fosse compresa da tutti nella sua vera natura. Che non è necessariamente quella di avere “proprietà droganti”, come ci viene continuamente comunicato da quella scatola parlante che in realtà faremmo meglio a tenere spenta… “Sapere è potere” dicono i saggi. E i saggi non sbagliano quasi mai. 

AVETE BISOGNO DI AIUTO PER UN PROBLEMA LEGATO ALLA DROGA? CONTATTATE LA VOSTRA LINEA DI ASSISTENZA LOCALE IL PIÙ PRESTO POSSIBILE. IN CASO DI IMMEDIATE CIRCOSTANZE DI PERICOLO DI VITA, CHIAMATE SUBITO IL 911!

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