Too High To Fail

Sono riuscito finalmente a leggere Too High To Fail di Doug Fine, edito per i tipi della Gotham Books del gruppo Penguin di New York. Un libro che descrive l'incredibile situazione che si sta profilando negli Stati Uniti a partire dall'epicentro della coltivazione semi-legale della cannabis nella zona del Triangolo dello Smeraldo in California e che minaccia di seppellire per sempre il proibizionismo, con la proposta di un'economia a chilometro zero e della costituzione di un distretto della canapa di alta qualità.

Sono riuscito finalmente a leggere Too High To Fail di Doug Fine, edito per i tipi della Gotham Books del gruppo Penguin di New York. Un libro che descrive l'incredibile situazione che si sta profilando negli Stati Uniti a partire dall'epicentro della coltivazione semi-legale della cannabis nella zona del Triangolo dello Smeraldo in California e che minaccia di seppellire per sempre il proibizionismo, con la proposta di un'economia a chilometro zero e della costituzione di un distretto della canapa di alta qualità.

Il giornalista Doug Fine si è infilato nella vita dei coltivatori locali ed ha seguito oltre che vari momenti della loro esistenza anche la vita di una pianta, una Cashmere Cush strettamente collegata ad una Lucille donna, una pianta dalle qualità eccezionali che a nove mesi dalla nascita sarà  consegnata ad un collettivo di pazienti. Siamo a Mendocino, una contea della California settentrionale dove operano migliaia di piccole fattorie e una massa di lavoratori inquadrati nel sindacato dei braccianti e tutti registrati come pazienti dei programmi di medical marijuana.

Il sottotitolo annuncia una nuova rivoluzione economica verde in atto in un paese come gli USA dove la cannabis costituisce il “cash crop” per antonomasia. Ma ancora più intrigante è il titolo, Too High To Fail, che in italiano lascerebbe intendere come i protagonisti del nuovo miracolo economico siano “troppo sballati per fallire”. Non è così anche perché negli States,le amministrazioni locali stanno arrovellandosi per trovare a soluzioni alternative al rosso in bilancio e quindi si può ragionevolmente ipotizzare che l'economia della canapa sia in realtà “troppo in alto per fallire”.

Doug Fine compara il disastro della guerra alle droghe e i vantaggi della legalizzazione definitiva contrastata da alcune potenti organizzazioni, come gran parte della industria farmaceutica dedita quanto e più delle mafie a traffici ed intrighi, agli agenti addetti ai sequestri, gli addetti alle carceri private e tanti altri. 

Mentre a favore di una regolamentazione si sono schierati la maggioranza dei cittadini, molti dei grandi media e la stessa Wall Street.

A Mendocino, la capitale del piacere a chilometro zero, la maggior parte dei 5000 coltivatori stimati tra lavoro grigio, bianco e nero, non credono che a seguito di una piena legalizzazione il loro settore sarebbe schiacciato dal grande capitale. Esisterà un'erba trattata ed una bio, un po' come avviene ora per il vino o la birra. Considerata al top e ricercata in un distretto d'eccellenza per la qualità delle varietà, dei genetisti e degli agricoltori, la marijuana di Mendocino è considerata tra le migliori del mondo, anche perché la stessa comunità ha da anni bandito le coltivazioni OGM.

Qualche vetero-marxista di Trastevere potrebbe obbiettare a questa visione avveniristica, pur non ancora consolidata, e considerare questo fenomeno come una crescita drogata o addirittura una bolla speculativa. 

Ignorando però come la storia della contea sia particolarmente legata alla resistenza e all'impegno politico che viene da una comunità coesa al punto da unire attivisti e coltivatori provenienti dalle città con boscaioli tornati dal Vietnam.   

Ma la ricerca del giornalista nuovo-messicano Doug Fine è anche un invito agli scettici e a chi pensa che lo stato di cose esistente sia immutabile. Dimostrando la vitalità della grande energia che la California promuove fin dai tempi del giovane Steve Jobs – che definiva il suo incontro con le sostanze  psicotrope ”una delle cose più importanti che ho fatto nella mia vita”.

Oggi la comunità di Mendocino sta all'erba come la Silicon Valley ai computer e crea reddito e benessere per 5000 famiglie, con 7 miliardi di introiti annui in una delle zone più depresse del Golden State. L'autore sostiene che l' 85% del suo prodotto lordo sia proveniente dalla canapa. Una industria garantita dallo sceriffo e dalla Contea, prodotta da pazienti per pazienti in un circuito non profit di 99 piante per azienda che paga 8500 $ annui di tasse di registrazione grazie ad una ordinanza – la 9.31 che ha introdotto un sistema di zip-tie, una sorta di braccialetto inamovibile affissato  alle piante. Sono consentite solo 99 piante fiorite tanto per non arrivare alla soglia di cento che farebbe di queste attività un reato federale e quindi renderebbe più probabile l'intervento della DEA. Anche per questo gli agricoltori registrati hanno cominciato ad affermare, dopo anni di paranoia, un altrimenti inimmaginabile “Grazie al cielo c'è la polizia!” – che peraltro li tutela anche dai cannabis rippers, i ladri di piante. Parlasi ovviamente delle guardie comunali e statali e non certo degli agenti della DEA federale, tuttora vista come il grande nemico.

Nonostante. o forse grazie, alla guerra alle droghe la cannabis è divenuta un fattore ineliminabile nella economia agricola statunitense. Da oltre un decennio il cannabusiness interno e semi-legale supera abbondantemente il bilancio della pur interessante viticultura o il mercato del pomodoro o del grano. Anche per questo in California la parola d'ordine rimane la regolazione definitiva, della cannabis come il vino. La Silver Haze accanto al Riesling.

Una tendenza, quella statunitense, che sembra ribaltare una storia un po' triste avvenuta alla fine degli anni cinquanta nel nostro Meridione quando un giovane dirigente comunista, l'attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, fu mandato dal partito ad intervenire sulle agitazioni degli operai campani della industria canapicola e si trovò ben presto senza lavoro.

Le agitazioni cessarono in quella che una volta in Campania si chiamava la Terra di Lavoro. Il lavoro di mediazione di Giorgio Napolitano divenne superfluo perché la canapicoltura italiana era giunta al capolinea. Era calato il sipario ed era sopraggiunta la guerra fredda e, come suo corollario, la guerra alle droghe come strumento di destabilizzazione e di dominio dell'Occidente. 

Il resto è il presente. Anche per questo il vento dell'ovest di cui ci parla Doug Fine è un vento sano e fresco capace di smontare le convenzioni e gli stereotipi.

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