In questi ultimi mesi negli USA, anche per effetto del cambio di atteggiamento dei media e dell'elettorato, si è aperta la questione della regolamentazione del mercato della cannabis. In Colorado sarà lo stesso governatore ad applicare la volontà popolare espressa dagli elettori con la proposition 64 che autorizza chi ha compiuto 21 anni a coltivare 6 piante per uso personale, a detenere 28 grammi di infiorescenze e un albo di coltivatori professionisti. Avendo istituito un mercato legale, si pone già il problema dei cani della polizia costretti a riciclarsi o ad emigrare. I segugi di zio Sam sembrano asserragliati anch'essi in un canile alla ricerca continua di un osso da rodere e sempre esposti alle critiche.

In questi ultimi mesi negli USA, anche per effetto del cambio di atteggiamento dei media e dell'elettorato, si è aperta la questione della regolamentazione del mercato della cannabis. In Colorado sarà lo stesso governatore ad applicare la volontà popolare espressa dagli elettori con la proposition 64 che autorizza chi ha compiuto 21 anni a coltivare 6 piante per uso personale, a detenere 28 grammi di infiorescenze e un albo di coltivatori professionisti. Avendo istituito un mercato legale, si pone già il problema dei cani della polizia costretti a riciclarsi o ad emigrare. I segugi di zio Sam sembrano asserragliati anch'essi in un canile alla ricerca continua di un osso da rodere e sempre esposti alle critiche.

Non mancano le preoccupazioni di tutti i soggetti in causa, mentre impazzano le campagne scatenate dagli ultimi moicani del progetto SAM, acronimo per Smart Approaches to Marijuana, un'associazione ultra-proibizionista che contrasta apertamente il nuovo corso espresso dai referendum dello scorso novembre ma che di “smart” ha davvero ben poco.

Su questo punto si nota la differenza con l'Italia perché qui i media forniscono informazioni ogni giorno più accurate sull'argomento. Sarà che agli americani non piacciono i furbi ma quello che frega quelli di SAM è il fatto di essere un disco ormai rotto, con argomenti molto simili a quelli del nostro DPA. Anche perché la scuola e gli istruttori sono entrambi made in USA. Per SAM la battaglia contro la legalizzazione è una questione di vita o di morte. Vale dunque impegnarsi con tutti gli sforzi in battaglie di retroguardia ancora ben foraggiate.

Gli argomenti pseudoscientifici addotti sono quasi sempre gli stessi dalla teoria del passaggio dalla canapa all'eroina, alla presunta aumentata potenza della cannabis con la conseguente capacità della stessa di slatentizzare psicosi (con la conseguente esplosione di follia tra gli adolescenti). Un atteggiamento che omette sempre e comunque il nesso tra effetti acuti/cronici ed effetti sociali delle sostanze legali ed illegali, favorendo mafie di ogni genere e la proliferazione incontrollata di voci che sono tutto il contrario della tanto decantata evidenza scientifica. Contraddizioni talmente evidenti da attirare le attenzioni del giornalista indipendente Mike Riggs, che ha analizzato da vicino le argomentazioni di Kevin Sabet (principale ambasciatore di SAM, ex consigliere di Bush ed Obama) che durante un comizio in Ohio aveva affermato come il 90% dei pazienti che usano cannabis negli USA non abbia né il cancro né il glaucoma. Al quotidiano Columbus Dispatch, lo stesso Sabet aveva riferito: “Solo il 5% di quelli che la ricevono presentano dei problemi medici seri”, sostenendo che le cure per le quali la marijuana era generalmente prescritta fossero il mal di testa e lo stress.

E così la quasi totalità di queste persone non sarebbero gravemente ammalate? Magari stanno bluffano con la scusa dello stress e del piede d'atleta? Pare pensarla così anche l'altro fondatore di SAM, Patrick Kennedy che aveva poco prima fatto sapere alla stampa come “l'80% di chi ne ha fatto richiesta non ha né il cancro, né il Parkinson né il glaucoma. Non hanno nulla che possa esser in qualche modo riconducibile all'utilizzo della marijuana medica”. Fossero così le cose – scrive Riggs – allora sarebbe l' 80 % dei pazienti a bluffare e non il 90% o il 95%. 

Sabet e Kennedy saranno pure dei furbi ma sono deboli con le cifre, tanto che lo stesso Sabet ha riferito a Salon come “la marijuana di oggi risulta dieci volte più potente di quella degli anni '60”, mentre dall'altra riferiva all'Huffington Post come la stessa fosse “da cinque a sei volte più potente ed efficace” rispetto ai tempi di Woodstock, per poi finire a scrivere in un editoriale di suo pugno che si sarebbe trattato di una erba solo “4-5 volte” più potente. Per Riggs non ci sarebbe nulla di male a dissentire tra persone di opinioni contrastanti ma il problema con questi personaggi è che risulta “ancora più difficile di quanto dovrebbe discutere di politica delle droghe con interlocutori che ogni volta che si presentano alle discussioni con degli elementi sempre discordanti”.

Per Smart Approaches to Marijuana la battaglia contro la legalizzazione è una questione di vita o di morte

Ma non c'è due senza tre, perché il progetto Smart Approaching to Marijuana ha raccolto un altro personaggio che la spara ancora più grossa. È il dr. Christian Thurstone, che è riuscito a sostenere come i consumatori potrebbero cominciare a voler utilizzare la cannabis in vena, piuttosto che mangiarla o fumarla. Forse gli hanno riferito che in Italia un tal Gianfranco Fini ha affermato che tutte le droghe sono uguali e che quindi le modalità di assunzione o i prezzi dovevano esser anch'essi uguali…

“Pare che la gente cerchi sempre di più di avere uno sballo sempre più profondo, manifestando una crescente dipendenza alla marijuana. – ha affermato questo direttore sanitario di Denver – Io mi preoccupo che questo potrebbe essere un prossimo passo verso l'iniezione delTHC. La gente che inizia con le pillole può gradualmente iniziare a sniffare o a fumare eroina e poi a iniettarla. È solo un altro modo per avere uno sballo più intenso perché iniettata raggiunge il cervello piuttosto rapidamente”. Thurstone conclude il suo articolo “Higher and Higher” – traducibile con un laconico Sempre più sballati – affermando : “È ragionevole ora interrogarsi su quanto bisognerà aspettare prima di vedere un uso iniettivo del THC, specialmente se verrà legalizzata la marijuana”. Eppure è lo stesso Thurstone ad ammettere come nessuno dei suoi pazienti abbia mai fatto una cosa del genere: “Io non l'ho visto dal punto di vista clinico – afferma il medico – e non l'ho trovato descritto se non in studi di ricerca, che sostengono come sia possibile ricavare una forma iniettabile di marijuana. Io non so esattamente come fare la preparazione per essere onesto, e non so come differisca lo stato di ebbrezza. Posso fare solo delle ipotesi”.

Insomma, la madre dei cretini è sempre incinta ma di una cosa possiamo esser sicuri: gli esponenti di SAM stanno perdendo ogni forma di pudore. Ne va della loro testa e dei loro lucrosi incarichi tra Washington, New York,Vienna e pure Roma. Sempre che glielo permettano.

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