Polizia e legalizzazione della cannabis. È possibile un'altra polizia in Italia?

10 Apr 2021

Polizia e legalizzazione della cannabis


Intervista al professore Salvatore Palidda

Che ruolo spetta alle forze dell'ordine in una società che tende alla regolamentazione della cannabis? Perché la polizia italiana è sempre recalcitrante ad assumere un atteggiamento pragmatico quando si parla di legalizzazione della cannabis?  

Abbiamo scelto di parlare di polizia e legalizzazione della cannabis, perché, nonostante i legislatori si dimostrino profondamente timidi nel riformare il contesto legislativo che regola il consumo e la produzione di cannabis, a livello globale gli esempi di totale legalizzazione di questa pianta non mancano e crediamo quindi che occuparsi del ruolo delle polizie «nel mondo che verrà» sia un contributo importante sul cammino verso la normalizzazione di questa pianta.

Se a gennaio abbiamo cominciato intervistando Benedicte Desforges, la gendarme francese esponente del Collettivo Polizia contro il Proibizionismo, oggi torniamo ad intervistare un vecchio amico di Soft Secrets, il professor Salvatore Palidda, autore nel 2000 di "Polizia postmoderna: etnografia del nuovo controllo sociale", che torna, oggi, ad occuparsi di forze dell'ordine con il libro "Polizie, sicurezza e insicurezze".

SSIT: Ci vuole parlare del suo ultimo lavoro sulle forze dell'ordine?

Si tratta di materiale raccolto durante gli ultimi vent'anni, a partire dal G8 di Genova. Fino a quel momento in Italia non si erano mai avuto fatti di violenze poliziesche di quella portata, e siccome il G8 ha rappresentato uno spartiacque straordinario, volevo capire se quanto visto si poteva tradurre in pratiche delle polizie quotidiane e correnti. Da quel momento ho cominciato a raccogliere dati e informazioni, anche attraverso testimonianze dirette, e mi sono accorto che un grave cambiamento, purtroppo, c'è stato. Da un lato l'aumento del numero di morti in carcere o ammazzati dalle polizie, i più famosi Aldrovandi, Cucchi e Uva. Dall'altro, l'aumento dei casi di devianza e criminalità e cioè, quindi, di comportamenti criminali da parte di personale delle polizie. I casi sono molteplici e vanno dalla corruzione a quello, tipico, di chi si occupa di sostanze stupefacenti e che, teoricamente, dovrebbe perseguire gli spacciatori, ma che, al contrario, i casi sono a decine e in quasi tutte le città italiane, finisce per farsi un gruppo proprio per trafficare.

SSIT: Perché questi casi si riproducono costantemente, in continuazione e in numero sempre più alto?

Perché da un lato i vertici assicurano sempre l'impunità, coprendo per evitare lo scandalo, e dall'altro perché in realtà non hanno mai voluto mettere appunto un sistema di monitoraggio e controllo efficace di queste devianze. Non esistono statistiche di questi casi devianti. La mia tesi quindi è che tutti questi fatti si configurino quando si costituiscono cerchie di riconoscimento sociale e morale di agenti devianti. Bastano due o tre agenti, di questo tipo, che lavorano insieme legittimandosi a vicenda e credendosi quindi autorizzati per sfociare in un'escalation sempre più grave.

Polizia e legalizzazione della cannabis

 

SSIT: In Francia esistono realtà come Poliziotti contro il Proibizionismo. Perché in Italia, non abbiamo esponenti della polizia impegnati pubblicamente per una riforma della legislazione sugli sostanze stupefacenti e per la legalizzazione della cannabis?

Perché, nonostante la riforma 121/1981 avrebbe dovuto democratizzare le polizie italiane, queste sono rimaste assai poco permeabili alle contaminazioni positive da parte dello sviluppo culturale che c'è stato in Italia e, al contrario, si sono dimostrate molto permeabili alle influenze negative che oggi passano soprattutto attraverso i social network. Persino il magistrato capo della DIA dice che la legalizzazione delle droghe permetterebbe di limitare, se non colpire fortemente la criminalità organizzata e, aggiungo, permetterebbe di evitare che oltre il 30% dei detenuti siano in realtà consumatori e piccoli spacciatori di droghe leggere.

SSIT: Cosa è successo allora?

In questi ultimi 30 anni l'Italia è stata pervasa da una deriva alquanto reazionaria, securitaria, di "tolleranza zero" non solo fra il popolo delle destre, ma anche fra l'elettorato delle ex-sinistre. Nonostante certi sondaggi ci dicano che la maggioranza degli italiani sia favorevole alla legalizzazione delle droghe, l'attuale maggioranza dei parlamentari italiani è, di fatto, di destra. Nelle polizie, soprattutto nei vertici, prevale ovviamente lo spirito conservatore, mentre la maggioranza degli operatori delle polizie reclutati negli ultimi 20 anni spesso consuma cannabis e forse talvolta anche droghe pesanti, usa abitualmente i social network, frequenta le discoteche, fa parte delle cerchie sociali e di riconoscimento morale comuni fra i giovani. Ma non c'è una dinamica favorevole alla battaglia per i diritti civili: anche la comunità LGBT è fortemente discriminata nell'ignoranza generale del problema, e, nonostante ci siano operatori delle polizie che sono antirazzisti e aperti ai diritti della comunità LGBT, anche il sessismo impera insieme a un diffuso razzismo.

SSIT: Cosa indica questa assenza di impegno politico da parte dei tutori dell'ordine?

Indica che la polizia continua ad essere uno dei corpi mantenuti nell'incultura, nel conservatorismo, nella riluttanza alle innovazioni ormai socialmente condivise. Questa incultura è coltivata dai vertici e, forse, quando l'attuale classe dirigente delle polizie andrà in pensione le cose potrebbero cambiare. I sindacati o le rappresentanze del personale delle polizie sono diventati ancora più corporativi e retrivi rispetto a 30 o anche 20 anni fa. Questa deriva corrisponde esattamente all'orientamento dei vertici che si sono avvicendati in questi ultimi 30 anni. Per questo la riforma del 1981 è approdata a un aborto. Non c'è alcuna battaglia per una razionalizzazione democratica della polizia, nonostante sia più che flagrante l'enorme ammasso di sprechi, illegalismi e persino reati che si riproducono grazie all'assoluta garanzia di impunità concessa alle polizie da parte del potere politico per garantirsi la fedeltà di queste "truppe".

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SSIT: Gli interessi ed ambiguità che si celano nello spazio liminare fra traffico e repressione del traffico possono essere una base concreta del motivo per il quale, fra le forze di polizia, non interessi né legalizzazione della cannabis né cambiare il contesto legislativo sulle droghe?

L'interesse è che il proibizionismo garantisce alle polizie di "fare numeri" cioè arresti e quindi dimostrare di essere attive. Ma questo corrisponde direttamente al quasi totale smantellamento dei servizi sociali che, quantomeno sino al 1990, si occupavano di tossicodipendenza. Questa è una delle conseguenze dello sfacelo che ha provocato la deriva liberista che ha colpito tutta la sanità ed i servizi pubblici in generale. La prevenzione sociale è stata quasi del tutto distrutta e la prevenzione di polizia è finalizzata tout court all'azione repressiva. Ai vertici delle polizie conviene l'esaltazione della tolleranza zero perché è facile arrestare tossicodipendenti, marginali, clochard e qualche presunto sovversivo dimostrando che le polizie sono produttive. E nessuno in Italia denuncia questa morte della prevenzione sociale come vera e unica alternativa alle pura repressione che riempie le carceri dei poveri dannati delle città. È ovvio che i vertici delle polizie si legittimano con gli arresti facili mentre ignorano quasi totalmente i rischi di disastri sanitari, ambientali ed economici e le vittime di questi, fra le quali immigrati, ma anche italiani, ridotti talvolta alla condizione di neo-schiavitù nelle economie sommerse che in Italia rappresentano il 32% del PIL.

SSIT: Spesso nel nostro paese, carabinieri e polizia invece di sostenere una battaglia di civiltà per la legalizzazione della cannabis, si dedicano in primis ad infrangere la stessa, ingiusta, legge che dovrebbero applicare. Che lezione dobbiamo trarre da casi come quello di Piacenza?

La deriva di sempre più numerosi operatori delle polizie (anche dirigenti) verso comportamenti e attività criminali è aumentata al pari dello sviluppo liberista: i casi di corruzione e di coinvolgimento di operatori di polizia in attività criminali sono impressionanti. Questo anche perché i vertici delle polizie non hanno mai previsto un monitoraggio e lo studio per predisporne una effettiva ed efficace prevenzione. La prassi abituale è quella di cercare di nascondere i fatti e persino di garantire l'impunità tranne in casi troppo clamorosi. Per esempio, per il caso della caserma di Piacenza non è stato fatta nessuna "bonifica" dei vertici locali e regionali che di fatto per anni hanno fatto finta di non vedere ed anzi premiavano questi carabinieri-criminali per le loro performance quanto ad arresti di ladruncoli e piccoli spacciatori che non lavoravano per loro. È sconcertante che i media non ne parlino più e di fatto l'insabbiamento da parte dei vertici e da parte del governo è assai inquietante.

SSIT: In casi come questo si parla sempre di mele marce. Cosa ne pensa?

È ovvio che è la pianta o il paniere ad essere marcio, si tratta di deviazioni sistemiche perché innanzitutto non c'è alcuna prevenzione.

 SSIT: Sappiamo che arrestare un trafficante, invece di ridurre il traffico, lascia semplicemente spazio ad un altro trafficante. La legge di mercato prevale su quella morale dello Stato. Come crede si dovrebbe regolare una politica sulle droghe davvero riformista?

Ovviamente l'unica via è quella della legalizzazione quindi la persona che ha bisogno di droghe dovrebbe andare con ricetta medica in farmacia ad acquistare le sue dosi e sottoporsi a un continuo controllo medico.

 SSIT: Lei parla di continuo controllo medico, ma in Canada paese che ha legalizzato la cannabis ormai da due anni si nota la nascita di un segmento nuovo del mercato quello dei 50-60 anni che acquistano derivati della cannabis per rilassarsi e senza ricetta medica. Non crede che in questo caso l’ipermedicalizzazione sia un approccio potenzialmente altrettanto negativo?

Quando parlo di controllo medico mi riferisco al consumo delle droghe pesanti non alla cannabis. Per quel che riguarda la cannabis, in caso di consumo terapeutico o consumo non problematico, io sono ovviamente per la libertà di consumo.