Breve storia della cannabis nella letteratura

Breve storia della cannabis nella letteratura

Cannabis nella letteratura. 

La nostra amata pianta nella letteratura, nelle parole di scrittori, poeti e filosofi

Nella ricca e lunga storia del canone letterario occidentale, si è fatto riferimento alla cannabis e ai sui derivati molto più spesso di quanto si possa pensare. Da Boccaccio a Baudelaire, passando per Shakespeare, sono stati molti gli autori che hanno cantato le lodi della nostra amata pianta, descrivendola come fonte d'ispirazione. A riprova di come la cannabis abbia sempre fatto parte della nostra cultura, anche quella più alta.

Cannabis nella letteratura e nella storia.
Non ci è dato sapere quale sia stato il primo poeta a scoprire la cannabis come mezzo per espandere la percezione ed eludere le leggi della realtà. Gli archeologi sono riusciti a dimostrare che l’uso della cannabis e dei suoi derivati era probabilmente una parte di pratiche religiose molto più antiche, che vedevano la pianta come una porta per esperienze spirituali elevate.

Ma doveva passare ancora qualche secolo prima che la cannabis passasse dall’esclusiva spirituale al mondo – ben più immanente – dello storytelling. Gli antichi Greci e Romani erano noti per documentare soprattutto le gesta di vite singole e straordinarie, mentre gli artisti medievali riconoscevano solo l’ispirazione divina come un potenziatore spirituale e, per lo più, si sono limitati a copiare in bella calligrafia quanto già scritto nei secoli precedenti.

Le carte in tavola, tuttavia, sono decisamente cambiate con l’alba della modernità.

La letteratura del Rinascimento

La prima età moderna, cronologicamente fissata tra la fine del XIII° e l’inizio del XIV° secolo, portò una nuova percezione dell’arte, della spiritualità e di come l’umanità si definiva in generale. In sintesi estrema: l’autocoscienza dell’uomo europeo iniziò a cambiare. La connessione con Dio non è però stata interrotta del tutto, come di solito si presume: le persone e gli artisti costruivano ancora le loro identità in relazione al divino ma, grazie ai rinnovati commerci internazionali e alle lunghe campagne delle Crociate, vengono in contatto con culture e costumi “esotici”. I rinnovati studi classici poi, introdussero gli autori europei alla letteratura bizantina e araba, che li redarguì sul fatto che – oltre alla produzione di corde e tessuti – la cannabis aveva ben altri usi in Africa e in Asia.

In un primo momento, sembra che il senso di paura abbia travolto gli scrittori rinascimentali: Boccaccio menziona la “polvere o droga” ottenuta dal Principe d’Oriente, che la usava per inviare i suoi “novizi” “in Purgatorio quando voleva” (Il Decameron: Terzo giorno, Ottava Storia), mentre Dante fa riferimento a un “perfido assassin” nel XIX° canto dell’Inferno, quando incontra i simoniaci nella terza bolgia. Entrambi gli scrittori alludono probabilmente al famoso ordine islamico degli Ḥashīshiyyīn, che visse in Siria e sulle montagne della Persia dall’XI° al XIII° secolo. Marco Polo portò la loro storia in Europa nelle pagine de “Il Milione”, descrivendoli come la setta che usava l’hashish per ottenere un esercito di “fideles”, pronti a tutto pur di ricacciare in Europa i cavalieri crociati.

Secondo il racconto del mercante veneziano, il fondatore degli “Assassini”, Hassan-i Sabbah, usava l’hashish per reclutare e plasmare pericolosi e infallibili macchine da guerra: in linea con i dettami del Corano, il sultano prometteva il paradiso ai suoi guerrieri facendogli fumare hashish per prepararli spiritualmente alla battaglia. E anche se gli storici hanno contestato questa versione dei fatti, la loro leggenda è sopravvissuta fino ai giorni nostri, molto probabilmente anche grazie a quanto scritto nei testi rinascimentali.

Breve storia della cannabis nella letteratura

La letteratura di Shakespeare

Di Shakespeare e della sua probabile affiliazione alla cannabis si è parlato già molto. Qualche anno fa, alcuni scienziati inglesi hanno reso pubblici i risultati di uno studio decennale sugli oggetti trovati in quella che si crede essere la casa del Bardo, a Stratford Upon Avon. L’esame chimico dei campioni ha “identificato fermamente” nicotina, acido miristico (noto per essere allucinogeno), borneolo e altre forme di canfora. Gli scienziati hanno anche scoperto vanillina, chinolina e cocaina introdotte in Europa dal Sud America. I residui di cannabis erano “suggeriti ma non provati”.

Il team di scienziati si affrettò a notare che “non si presume che nessuna delle pipe fosse necessariamente usata dal poeta elisabettiano – il luogo di nascita di Shakespeare divenne una locanda all’inizio del XVII° secolo -, ma i risultati supportano l’opinione che la cannabis fosse accessibile a lui e altri scrittori nel XVI° e XVII° secolo.

C’è poi un secondo indizio che suggerirebbe il fatto che Shakespeare fosse a conoscenza della cannabis e soprattutto dei suoi effetti. Niente a che vedere con la chimica ma comunque considerabile una fonte di prima mano. Nel Sonnet 76, composto per esprimere la frustrazione dello scrittore riguardo la sua ripetitività nelle tematiche (quasi esclusivamente amorose), Shakespeare scrive di una “invention in a noted weed” che molto rudemente potrebbe essere tradotto e interpretato come un verso in cui si magnificano le proprietà di stimolazione artistica e creativa della marijuana. Poco prima, nello stesso componimento, il poeta fa infatti riferimento ad un’altra “compound strange” cui preferisce non farsi associare: i filologi inglesi pensano che questo strano “compound” possano essere le foglie di coca e che Shakespeare fosse consapevole dei suoi effetti, preferendo evitarli.

Le Club des Hashischins

Nella letteratura del 1798, si narra di Napoleone che portò le sue truppe e gli accademici in Egitto per insidiare gli interessi commerciali inglesi in Medio Oriente, la campagna terminò però con una sconfitta per i francesi e le truppe rimasero bloccate in Egitto fino al 1801. Poiché non c’era alcol disponibile in Egitto, l’esercito francese si dovette accontentare di una bevanda locale a base di hashish e foglie di canapa affumicate. L’esplicito divieto di Napoleone di tale pratica fu in gran parte ignorato e gli europei alla fine riportarono l’hashish in patria. Ben presto l’intera Francia ne fu affascinata, soprattutto grazie a una serie di curiosi eventi che portò l’hashish ad essere promosso addirittura dai circoli letterari parigini.

Un giovane psicologo, Jacques-Joseph Moreau (successivamente proclamato come uno dei padri fondatori della psicofarmacologia moderna), decise di studiare il dawamesc algerino (una pasta commestibile a base di hashish) come potenziale trattamento per le malattie mentali ed invitò il poeta Théophile Gautier a provarlo. Il resto è pura storia letteraria. Moreau e (probabilmente) Gautier formarono il Club des Hashischins, che si riuniva in sedute mensili all’Hôtel Pimodan (ora Hôtel de Lauzun), e raccolsero la crema della società letteraria del tempo: da Victor Hugo ad Alexandre Dumas, da Charles Baudelaire a Gérard de Nerval e Honoré de Balzac.

Gli studenti che hanno sfilato per le strade di Parigi durante la rivoluzione del 1848 hanno letto “Il Conte di Montecristo” di Dumas (che ha esplorato le proprietà afrodisiache dell’hashish), “Les Paradis Artificiels” (Paradisi artificiali) di Baudelaire e il libro biografico del fisico François Lallemand “Le Hachych”, in cui l’autore descrive nel dettaglio la sua personale esperienza con l’hashish in Asia. Lo stesso Gautier, scrisse un racconto breve proprio dal titolo “Le Club des Haschischins” in cui descrive una seduta del club: il narratore descrive le sensazioni strane e fantastiche provocate dalla sostanza, passando da uno stato di beatitudine o di incubo a seconda dei casi; infine, gli ospiti riacquistano il loro stato normale e la consapevolezza del tempo prima di tornare a casa.

Gautier alla fine lasciò il Club per perseguire la sua carriera di direttore della Società Nazionale di Belle Arti, mentre Baudelaire notoriamente non riuscì a trovare l’ideale di perfezione nelle sue visioni infuse di oppio e hashish. Ma le loro parole, impresse per sempre in opere ormai considerate fondamentali, sono ancora qui per testimoniare ilo loro spirito di conoscenza e i loro incontri con la realtà cannabica.

Anche nel nord dell’Inghilterra, l’hashish si è fatto conoscere tra gli scrittori dell’epoca vittoriana, ma sembra che sia rimasto, in qualche modo, sempre oscurato dall’oppio. Nelle sue “Confessions of an English Opium-Eater” (1821), Tomas de Quincey affermò di aver “preso la felicità, sia in forma solida che liquida”, mentre Oscar Wilde rappresentò perfettamente l’atmosfera di evasione fin de siécle nei tentativi dei suoi protagonisti, primo fra tutti il celeberrimo Dorian Gray, di “comprare l’oblio” grazie all’uso massiccio di oppio.

Le ragioni di questa preferenza sono quasi tutte da ricercare nell’economia dell’allora impero britannico: la Compagnia britannica delle Indie orientali, dopo aver conquistato il Bengala – sconfiggendo i francesi nella Battaglia di Plassey del 1757 – iniziò in quella zona la coltivazione intensiva del papavero da oppio, assicurandosi il predominio nei traffici, selezionando gradualmente una qualità di oppio molto migliore e importandolo massicciamente prima sul suolo patrio e poi in tutta Europa.

Una storia d'amore ed odio

Si può dire con certezza che la cannabis – soprattutto nella sua forma estratta, l’hashish -, si è fatta strada nella storia  della letteratura occidentale proprio quando è nata la modernità. Ha anche sfilato gloriosamente attraverso la letteratura del XIX secolo, dietro le luci delle rivoluzioni, per arrivare fino ai giorni nostri.

Ma gli scrittori avevano un rapporto di “amore e odio” con esso. È stato sia un treno stimolante che porta al paradiso, sia un incubo in agguato nelle profondità del sé interiore. “Il Poema dell’ Hashish” di Baudelaire è uno degli esempi più lampanti di questa dualità: mentre esplora l’ebbrezza, il poeta descrive la sensazione come “il paradiso in un cucchiaino”, ma riflette anche sul fatto che “sia un paradiso che deve essere acquistato al prezzo della salvezza eterna”.

Alla domanda se l’hashish ha grandi benefici spirituali e se può essere uno strumento fertile per pensare, il poeta maledetto francese finì per rispondere: “L’hashish non rivela all’individuo nient’altro che se stesso […] Ammettiamo per il momento che l’hashish dà, o almeno aumenta, il genio; dimenticano che è nella natura dell’hashish diminuire la volontà, e che così dà con una mano ciò che ritira con l’altra; vale a dire, immaginazione senza la facoltà di trarne profitto”. E come dargli torto?

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