CBD, skin care e weedwashing

CBD, skin care e weedwashing

Weedwashing, l'industria della bellezza e le bugie sul CBD nelle etichette

Il “whitewashing” è un termine che indica una pratica dell’industria cinematografica in cui un attore caucasico ottiene il ruolo di un personaggio storicamente di un’altra etnia col fine di renderlo più appetibile al grande pubblico. Allo stesso ingannevole modo, il “weedwashing” rappresenta la tendenza ad appiccicare una foglia di cannabis sulla confezione di un prodotto che ne contiene risibilissime quantità, per renderlo più appetibile, più biologico, più eco-friendly e in ultimo più “cool”. Una pratica molto più comune di quanto si pensi, soprattutto nell’industria della bellezza e della cura del corpo, che però comincia finalmente ad essere segnalata.

Nel 2018 il mercato europeo dei prodotti di bellezza a base di CBD ha incassato circa 645 milioni di euro di introiti netti e, almeno stando al report “Disrupting Beauty” edito da Prohibition Partners, potrebbe sfiorare gli 870 milioni di euro nel 2024. Un business in crescita esponenziale che però al momento non se la passa benissimo: oltre al complesso ed intricato quadro legislativo europeo e alle resistenze di alcuni Paesi, l’industria della bellezza che ha puntato sul CBD sta ricevendo grosse critiche per applicare con fin troppa nonchalance il weedwashing ai suoi prodotti.

Il problema principale è la trasparenza: mentre molte marche del mondo beauty hanno deciso di abbracciare il cannabidiolo come ingrediente di punta, sugli scaffali hanno cominciato a moltiplicarsi prodotti a base di olio di CBD la cui pubblicità era, come si suole dire, decisamente ingannevole. Creme che sull’etichetta recano la dicitura “a base di olio di CBD” ma che in realtà sono formulate con estratti di olio di semi di canapa; prodotti cosmetici che vantano altissime percentuali di CBD sulla confezione ma che alla fine contengono quantitativi più che risibili; integratori che si fregiano dell’aggettivo “terapeutico” ma che, a guardar bene, non contengono nemmeno la metà del CBD che servirebbe semplicemente a rilassarci.

I motivi di questa tendenza del weedwashing, come è ovvio, sono tutti di natura economica. Il CBD viene estratto dai fiori delle piante di cannabis e, contrariamente a quanto si può pensare, non si trova nell’olio di semi di canapa, nell’olio di canapa o nel concentrato di canapa estratto dai semi delle piante di canapa – ingredienti decisamente più economici del CBD. C’è infatti una bella differenza tra “spremere” i semi e “spremere” i fiori, e questa differenza finisce per creare prodotti ben diversi da quanto pubblicizzato. Ci sono certamente dei benefici dell’olio di semi di canapa quando lo si usa per cucinare, ma l’olio di semi di canapa non possiede i cannabinoidi, i terpeni e i fenoli che invece ha il concentrato, ed è proprio da quest’ultimo che derivano i veri benefici medicinali e curativi.

Ma di CBD si parla ancora troppo poco e la consapevolezza del consumatore medio sulla differenza tra derivati ed estratti è purtroppo ancora bassa. Ed è proprio su questo gap informativo che i piccoli e grandi marchi del mondo beauty stanno giocando le loro strategie di marketing e, pare, stiano vincendo alla stragrande. Dal punto di vista del consumatore – è innegabile – la situazione è un tantino allarmante; dal punto di vista della “normalizzazione” della cannabis lo è probabilmente ancora di più.

Poiché le aziende più affermate introducono prodotti senza CBD promossi con nomi, immagini e testi che evocano la cannabis, è più che probabile che l’esperienza iniziale dei consumatori di prodotti di bellezza a base di canapa, non fornirà i benefici che si ritiene derivino dai cannabinoidi a spettro completo. Il cosiddetto “effetto entourage” – il meccanismo mediante il quale le sostanze contenute nella cannabis agiscono in sinergia per esercitare effetti distinti – non ha possibilità di innescarsi senza CBD a spettro completo; e così la stragrande maggioranza dei prodotti che mettono la foglia di Maria in bella mostra, finisce per non avere quasi nulla a che fare con la vera e benefica pianta.

Il weedwashing infatti nuoce gravemente anche alla reputazione della cannabis, e al CBD in particolare. Se la prima esperienza con la cannabis avviene attraverso un prodotto nominalmente a base di CBD ma che è fatto con olio di semi di canapa, si sta facendo un disservizio al vero impatto benefico della pianta: il consumatore infatti sperimenterà solo i benefici superficiali degli acidi grassi rispetto ai cannabinoidi. Allo stesso modo, se si pubblicizza il 25% di CBD in un prodotto che in realtà ne contiene il 2,5%, è chiaro che il prodotto non contiene una dose sufficiente per produrre gli effetti desiderati e che le aspettative del consumatore saranno deluse.

Impariamo dunque a leggere molto bene le etichette e, quando possibile, a sbugiardare quei marchi che cercano di fare profitti vendendoci fischi per fiaschi.

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