If You’re a Viper

If You're a Viper

Breve storia di come la cannabis ha contribuito a plasmare la musica jazz in America

Quella che segue è una storia che tutti possiamo apprezzare. È la classica storia in cui il ragazzo sottovalutato e apparentemente più debole, affronta e vince il suo personale Golia, dimostrando che tutti gli haters si sbagliavano. Questa è la storia del jazz. Ma è anche la storia della cannabis. È la storia di due culture globali profondamente demonizzate e denigrate, ma impossibili da sradicare. Non c'è da meravigliarsi quindi che le loro storie siano intrecciate in modi che vanno molto più in profondità delle semplici connessioni con il mondo creativo.

La canapa, ha fatto parte dell’economia americana sin dall’era coloniale. Tuttavia, qualsiasi uso ricreativo della cannabis era praticamente inesistente in America fino all’inizio del 1900, quando un’ondata di rifugiati in fuga dalla rivoluzione messicana entrò in America e portò con sé la “marijuana“, facendo conoscere agli yankee sia il nome che l’uso narcotico della pianta.

L’uso ricreativo della cannabis era una parte profondamente radicata di molte culture sudamericane e caraibiche perché era da sempre stata usata per pacificare gli schiavi. La cannabis ad alto contenuto di THC venne infatti portata sull’altra sponda dell’oceano da due dei maggiori imperi coloniali dell’epoca, che cominciarono a coltivarla accanto alle piantagioni di zucchero e cotone: gli inglesi per gli schiavi giamaicani e i portoghesi per gli schiavi brasiliani. Poiché si rivelò parecchio redditizia – sia come fonte di entrate fiscali che come efficace strumento di controllo per gli schiavi sottoposti a condizioni di lavoro inumane – la cannabis finì per guadagnare popolarità come coltura commerciale e quando i rifugiati messicani arrivarono negli Stati Uniti, era ormai una parte consolidata della loro cultura.

La cannabis rimaneva però una novità per gli americani, così come l’afflusso di persone di colore e di lingua spagnola, così ben presto il cambiamento venne additato come pericoloso: la “minaccia della marijuana” venne rapidamente associata agli immigrati, agli impoveriti e alle persone di colore. La maggioranza bianca – allora come oggi al potere – conobbe un nuovo nemico e iniziò così una guerra di 100 anni contro la cannabis, una guerra basata esclusivamente sulla paranoia invocata dal razzismo. Ma lo scoppio di questa nuova guerra interna ha anche segnato la nascita di una subcultura resiliente, che ha offerto alle comunità emarginate un modo per alleggerire quotidianamente il peso insopportabile della discriminazione. Ed è di questo che vogliamo parlare in questo articolo.

La leggenda vuole che il jazz sia nato a New Orleans, nel profondo sud americano. Si racconta che tutto ebbe inizio nel quartiere a luci rosse di Storyville, una di quelle comunità in cui lo stigma sociale non risparmiava nessuno e in cui alcuni musicisti neri sfruttarono il potere della cannabis e la loro frustrazione quotidiana per creare un nuovo e scioccante genere di musica. Gli elementi del jazz che lo rendono un genere così amato sono gli stessi che spesso lo rendono oggetto di disprezzo. Si tratta di improvvisazione, creatività portata all’estremo e pura chimica tra i musicisti. Non è qualcosa che può essere appreso in classe o memorizzato. Il jazz è qualcosa che forse inizia con la musica scritta ma di certo non rimane lì. Procede per tangenti, cambia argomento e può o non può farti tornare a casa. Il modo in cui la cannabis ha fatto sentire i musicisti li ha molto probabilmente aiutati a sperimentare questa nuova maniera di fare musica, un modo che prima di allora non si era praticamente mai visto e che ben presto venne riconosciuto come una delle più alte forme di espressione musicale.

L’uomo considerato il padre indiscusso della musica jazz, Louis Armstrong, ha descritto nella sua biografia il modo in cui la cannabis faceva sentire lui e gli altri “Vipers” (“le vipere” ovvero il nomignolo con cui i musicisti jazz che fumavano cannabis si chiamavano tra loro): “Ti fa sentire bene, amico. Ti rilassa, ti fa dimenticare tutte le cose brutte che accadono a un ne**o. Ti fa sentire desiderato e quando sei con un altro fumatore ti fa sentire uno speciale senso di parentela”.

Per noi può essere facile sorvolare su queste parole ma in verità meritano una riflessione un po’ più approfondita. Negli anni ’20 del secolo scorso – un po’ come oggi – gli Stati Uniti erano in realtà divisi tra due situazioni totalmente contrastanti: la grandezza e la celebrazione dei “ruggenti anni Venti” catturati dal Grande Gatsby e la tremenda povertà che si impose nella vita di oltre il 60% degli americani – povertà esacerbata per i neri che, soprattutto in quegli anni, subirono un orribile razzismo fatto di pubblici linciaggi e incarcerazioni di massa. Erano gli anni in cui nasceva il Ku Klux Klan e in cui la popolazione di colore americana viveva ancora per la maggior parte le condizioni di schiavitù dei loro antenati. Mentre l’alcol aggravava i sentimenti di ansia vissuti dai neri americani durante questo periodo, la cannabis li calmava e dava loro un modo per sentirsi umani in un mondo che ripetutamente diceva loro che la loro utilità poteva essere solo nel duro lavoro manuale o – se fortunati – nella capacità di intrattenere.

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Louis Armstrong "suona" il suo blunt.

E così in moltissimi resero tributo con il loro jazz alla marijuana, e non lo fecero certo in modo velato. I riferimenti alla pianta o a “reefer”, la parola gergale usata allora per l’erba, spesso non sono semplici allusioni ma sono accenni piuttosto diretti, con titoli come “The Reefer Song”, “Reefer Man”, “Sweet Marihuana Brown”, “Weed Smokers’ Dream”,”Reefer Head Woman” e “Smoking Reefers”. E questi non sono certo titoli di artisti che lavorano ai margini commerciali: a tessere le lodi di Mary Jane sono stati giganti del calibro di Fats Waller, Cab Calloway, Ella Fitzgerald, Sidney Bechet, Chick Webb, Jazz Gillum, Chet Baker, Miles Davis, John Coltrane e ovviamente Louis Armstrong.

La profonda relazione tra jazz, cannabis e razza, unita al catalogo musicale di cui abbiamo appena accennato sopra e il fatto che tra il 1923 e il 1931 uno stato dopo l’altro rese illegale la cannabis, fece diventare i musicisti jazz un obiettivo decisamente ghiotto per il Federal Bureau of Narcotics di Harry Anslinger, che agli inizi degli anni ’30 poté iniziare a fare il suo attacco razzista alla marijuana in America. Per anni gli agenti di Anslinger presero di mira musicisti jazz come, Thelonius Monk, Count Basie e Duke Ellington sottoponendoli a continue perquisizioni e arresti, a volte addirittura appena usciti dai loro concerti nei club, nel palese tentativo di distruggere e invalidare l’orgoglio nero di questi musicisti.

Tra le vittime del FBN si ricordano poi due nomi che hanno fatto la storia e la grandezza del jazz nero americano. Nel 1930, Armstrong fu arrestato per aver fumato uno spinello davanti a un jazz club di Los Angeles con il suo batterista: trascorse nove giorni in una prigione del centro di Los Angeles e ricevette una condanna a sei mesi con sospensione della pena. La divina Billie Holiday fu molestata dal Federal Bureau of Narcotics di Anslinger (che in seguito divenne la DEA) dopo un’esibizione della sua canzone “Strange Fruit” nel 1939. Il Bureau le diede la caccia per anni – usando agenti sotto copertura, facendo irruzione nella sua casa e accusandola di possesso di droga – e si dice che questo stress abbia contribuito alle sue dipendenze da sostanze e alcol e, infine, alla sua prematura morte nel 1959.

La guerra iniziata da Harry J. Anslinger e portata avanti con la “war on drugs” voluta da Nixon e Reagan, ha quindi consolidato il paradosso che si verifica quando un aspetto di una cultura minoritaria viene deriso e trattato come illegittimo, mentre contemporaneamente viene fatto proprio dalla cultura al potere: parliamo dell’ormai famosa “cultural appropriation”. Sebbene il jazz provenisse dalle comunità nere e fosse un loro preciso prodotto culturale, quelle stesse comunità nere erano nondimeno considerate inferiori e certamente problematiche: poco importava se la nazione intera si scatenava al ritmo del jazz, osannandolo come musica del momento.

Il modello di appropriazione culturale appare evidente anche anche quando si parla cannabis. Anche se neri, ispanici e bianchi americani consumano cannabis in quantità comparabili, la percentuale di neri e ispanici arrestati e condannati per possesso di marijuana è enormemente più alta rispetto a quella dei bianchi. Su queste pagine poi (Soft Secrets 3-2019, pag.43) abbiamo già discusso dell’altra faccia del cannabusiness americano e di come sia stato concepito per sbarrare l’accesso alle minoranze: la cannabis viene sì legalizzata in più stati, ma è difficile se non impossibile entrare nel settore legale se si ha una condanna per droga sulla fedina penale e indovina un po’ quali sono i gruppi etnici più colpiti? I dati ufficiali del 2017 indicavano come solo il 4,3% della totalità delle imprese americane attive nel cannabusiness erano di proprietà di afro-americani, il 5,6% invece apparteneva a ispanici. Numeri decisamente minoritari.

“Abbiamo sempre considerato l’erba come una sorta di medicina, una sbronza a poco prezzo ma con pensieri molto migliori di quando si è pieni di liquore”. Così parlava Louis Armstrong e in queste parole è probabilmente racchiuso il miracolo dell’unione tra cannabis e jazz. Forse il jazz non sarebbe addirittura mai esistito se non fosse stato per la cannabis e la sua capacità di lenire le sofferenze che hanno sopportato gli afro-americani. È impossibile dire cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che la cannabis e il jazz raccontano una storia sulla resilienza. E forse questa storia della bellezza nata dalla sofferenza ci commuove perché dà speranza; sicuramente ci dà il potere di immaginare una società molto migliore di quella in cui siamo costretti a vivere.

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