Cannabis, miglioramento genetico e l’importanza dell’artigianato.

cannabis miglioramento genetico

Alexandre Zwojsczyki è un agronomo francese che si occupa di miglioramento genetico della cannabis. Direttore di produzione di Cann’alp e breeder per Paradise Seeds, il suo “istinto contadino” e la serietà con la quale cura ogni particolare del proprio lavoro, lo hanno portato ad affrontare una tematica nevralgica per il futuro della nostra industria: il miglioramento genetico delle piante di cannabis. 

SSIT: Come hai cominciato ad interessarti di cannabis?

Ho coltivato la mia prima pianta a 14 anni. Era un seme a chilometro zero, era quasi canapa, ai tempi quel tipo di cannabis la chiamavamo «Crystal» perché erano le prime piante dove si potevano scorgere dei tricomi. Arrivato a 21 anni, ero talmente innamorato del regno vegetale che ho deciso di iscrivermi al liceo agrario per la produzione vivaistica.

SSIT: Cosa ami del regno vegetale?

La superiorità delle piante rispetto all’uomo. L’uomo è debole rispetto alle piante, queste si difendono sempre, gli uomini possono provare a distruggerle, ma le piante trovano sempre una soluzione per sopravvivere. Gli umani possono cercare di eradicarle ma le piante sono sempre la. Sono come gli Dei.

SSIT: Cosa significa lavorare al miglioramento genetico della cannabis?

Significa che possiamo far diventare un bell’asino uno stallone da corsa. Vuol dire lavorare con genetiche performanti che rispettino delle specifiche definite. Ad esempio, vogliamo una pianta veloce, ultra produttiva, resistente agli animali infestanti ed alle malattie, con un buon livello di terpeni e molto resinosa, quindi piena di cannabinoidi. Perfezioniamo le piante per migliorare le loro prestazioni rispetto ai nostri obbiettivi, in altre parole, per portarle a raggruppare tutti i parametri e tutti i fattori che ci conducano alla pianta perfetta.

SSIT: Qual è la tua filosofia di lavoro?

Nel miglioramento genetico della cannabis per il 70% il lavoro è costituito dall’osservazione della fisiologia delle piante (struttura, colore, nervature, spazio internodale, proliferazione radicale), il restante 30% spetta al ruolo dell’acqua.  Lavoro in idroponica attiva, quindi le piante mi danno dei riscontri immediati che mi aiutano a capire cosa stiano vivendo, il loro funzionamento, il consumo e come si regolino. Le tre variabili fondamentali sono il PH, l’EC e l’ossigeno. Su grande scala le piante, come le persone, funzionano in maniera differente. Per esempio sappiamo che le Indiche consumano più fertilizzanti che le Sative.

SSIT: Parlaci del tuo lavoro in Svizzera. Di cosa ti occupi esattamente?

Lavoro al miglioramento genetico della cannabis, ovvero cerco di capire come e attraverso quali tecniche possiamo arrivare a creare dei frutti magnifici, delle super infiorescenze. In pratica si tratta di fare evolvere e depurare i fiori da qualsiasi fertilizzante, dall’azoto, dal fosforo, dal potassio ed in seguito, ottenere calici di fiori ben sviluppati gli uni sopra gli altri in piena maturità e, soprattutto, senza dover sacrificare il lavoro ai tempi del mercato. La base per queste super infiorescenze sono delle piante sane e quindi lavorare alla costruzione di ognuna di queste affinché siano e restino sane. Per esempio, contro i funghi, non lavoro con fitosanitari chimici, ma preferisco lavorare alla “vecchia maniera” con fermenti lattici, aglio e bicarbonato di sodio. Contro gli infestanti utilizzo i loro animali antagonisti che Koppert mi spedisce al bisogno. In pratica si tratta di “coltivazione ragionata” e cioè fornire alle piante solamente quello che necessitano e niente più. L’approccio commerciale esige che la produzione sia veloce, stressante, risultato della pressione per fare i soldi, noi non lavoriamo così perché preferiamo lavorare rispettando i ritmi delle piante ed i ritmi della natura. Per questo motivo essicchiamo le piante nella loro interezza e successivamente manicuriamo a mano.

L’importanza dell’artigianato per il futuro della cannabis
Inizio della ottava settimana di fioritura

SSIT: Perché tanta attenzione a due fasi che molti considerano senza troppa importanza?

L’essicazione rappresenta il 50% nel lavoro di finalizzazione precedente alla degustazione vera e propria. Essiccare la pianta nella sua interezza permette alle foglie di proteggere i fiori ed i cannabinoidi dall’ossidazione e dalla polvere e, soprattutto, avere una pianta attaccata al tronco, permette di conservare la linfa e l’umidità relativa necessaria per ottenere un’essicazione lenta e corretta. Al momento della degustazione, la differenza con le infiorescenze essiccate senza il resto della pianta e manicurate a caldo è enorme. Per questo motivo bisogna essiccare le piante al contrario, per minimo 13 giorni, prima della manicurare. Un’operazione basilare e necessaria per togliere la clorofilla e quindi, chi la salta, sacrifica l’amore per le piante e quello per i soldi. Dopo 13 giorni di essiccazione ci occupiamo della manicure per poi raffinare l’erba per una successiva settimana, prima della distribuzione. In ogni modo, grazie alla qualità, sono convinto che il futuro del nostro lavoro vedrà una netta separazione fra la cannabis commerciale e la cannabis artigianale.

SSIT: Hai creato il tuo spazio da solo. Ci descrivi come ti sei organizzato per ottimizzare tutte le fasi?

All’inizio il capannone era di 300 m² per 10 m di altezza. Dopo i lavori di ottimizzazione, adesso, grazie ad una soppalcatura creata a proposito, posso lavorare su una superficie di 565 m². Questo spazio comprende 250 m² per la produzione delle infiorescenze, 85 m² dedicati alla fase vegetativa, 3 spazi da 25 m² l’uno per la produzione dei semi e 50 m² che, in maniera ultra ottimizzata, mi permettono di mettere a seccare sino a 1.000 piante alla volta.

SSIT: Come lavori alla produzione di semi?

È un lavoro che si divide in tre fasi: selezione, analisi e stabilizzazione della genetica. Potendo lavorare con uno spazio ottimizzato e dedicandosi in tutto e per tutto al risultato, questo processo dura in tutto un anno. Nella prima fase s’incrociano le élite maschili e quelle femminili, poi si eseguono i test sulle talee, sulla fase vegetativa, due test sulla fase di fioritura, il test del peso ed il test di resistenza ad animali e funghi. Arrivati a questo momento conservo il patrimonio genetico (facendo 3-5 talee che lasciamo in dormienza) e lo moltiplico. Dopo di che, quando tutte le caratteristiche appaiono come vogliamo, si comincia con il retro incrocio di due piante “élite” per arrivare alle “super élite” dalle quali si parte dal seme e a partire dal quale selezioniamo infine le “super mega élite”. Questa parte del lavoro prende 4 mesi pieni. Io lavoro con 180 piante in linea e, in questo momento, per la fase di fioritura, posso lavorare fino a 4 genetiche diverse con 4 sistemi di fertilizzazione indipendenti. Per la qualità dei loro prodotti lavoro con Terra Aquatica anche e perché condividono la mia stessa filosofia per le piante.

SSIT: Vuoi descriverci le genetiche a cui ti stai dedicando?

Al momento lavoro con la N22X (40% Sativa 60% Indica) con 10,4 % di CBD e 0,5% di THC e con la ULTRA V1 (60% Sativa 40% Indica) che presenta un 10,2% di CBD e 0,5 % di THC.

La N22X ha dei fiori piccoli e pesanti ed un gusto di agrumi ed in particolare di pompelmo, mentre la ULTRA V1 presenta un maggior numero di calici con un volume più areato che alla degustazione risulta speziato e dalle forte note d’incenso.

SSIT: E per quel che riguarda l’illuminazione come ti regoli?

La mia filosofia è: consumare meno per inquinare meno, producendo di più, analizzando meglio. Grazie al sistema elettrico concepito per il lavoro che intendevo svolgere, posso sfruttare una tensione elettrica di 600 amperes su 380 volts. Che io sappia, la maggior parte dei miei colleghi utilizza lampade da 1000 watts, mentre io preferisco lavorare con le 600 watts, in relazione alla penetrazione luminosa di queste ultime. Mentre una 1000 watts genera uno spazio di 2 / 2,5 m², una lampada da 600 watts copre uno spazio da 1 m², ma in questo caso posso avvicinare le lampade alle piante rendendole più efficaci. In più consumo 400 watts in meno per punto luce. Se si calcola il risparmio sulle mie 80 lampade, si tratta di una bella economizzazione. I miei 4 filari misurano 1 m² in larghezza e 20 m² in lunghezza. Ho sempre 9 piante per metro quadrato e questo mi permette di poterle osservare e spostarle armoniosamente e con semplicità. Posso osservarle centimetro per centimetro e questa osservazione è alla base del miglioramento. Tre per per tre per tre. Questa è la mia cifra d’oro. In questo modo creo quello che chiamo l’anfiteatro: posso muovere le piante in funzione dell’esposizione alla luce, le più piccole al centro e le più grandi sull’esterno e, al contrario, quando una pianta nel centro cresce troppo la sposto sulle estremità.

L’importanza dell’artigianato per il futuro della cannabis
Inizio della ottava settimana di fioritura

SSIT: Una delle tue preoccupazioni riguardo il mercato della cannabis è che non si rispettino più i codici della natura. Puoi spiegarci questo concetto?

Oggi le piante sono trattate come schiavi, come ratti da laboratorio. Non c’è più rispetto, ma solo profitto. Uno dei problemi che riscontro nel miglioramento genetico della cannabis è, per esempio, in merito alle molecole di sintesi utilizzate per modificare le piante. Queste possono provocare una destabilizzazione genetica delle piante stesse, che restando registrata nel loro DNA, può divenire, a volte, irreversibile. Un altro grande problema è quello relativo alle landrace. Penso a chi visita paesi esotici per recuperare semi di genetiche autoctone, landrace, e offre in scambio ai contadini del posto dei polibridi che garantiscono delle produzioni importanti. Le genetiche importate si ibridano con le landrace e queste vengono così perdute. Fra 15-20 anni bisognerà tornare indietro sulle vecchie genetiche, perché a forza di polibridi si destabilizzano le genetiche, si indeboliscono, queste producono meno e diventano più golose di fertilizzanti. Il consumismo spinge il mercato all’estremo.

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