Salvate il “Soldato Entourage” perché la cannabis non è solo THC

THC

Intervista al Dottor Marco Ternelli

L’estate scorsa ho avuto l’occasione di passare un paio d’ore in compagnia del Dottor Marco Ternelli, farmacista galenico, promotore di farmagalenica.it ed opinion leader del settore cannabis terapeutica nel nostro paese. L’intervista che segue è stata registrata durante un viaggio da Bolzano a Reggio Emilia ed affronta, sviscerandole, molte delle tematiche più importanti e attuali per chi voglia approfondire la conoscenza del “mondo cannabis medica”: criticità, prospettive, produzione italiana, GACP e GMP, olio standardizzato made in Italy e, soprattutto, l’importanza del concorso di tutti i cannabinoidi nella produzione dell’effetto entourage, quello alla base dell’effetto curativo della pianta. Buona lettura.

SSIT: Nel corso del 2019 i Consigli Comunali di città come Torino, Milano e Bolzano, ma anche Regioni come Lombardia, Lazio e Sicilia, hanno legiferato per autorizzare la produzione di cannabis terapeutica nel loro territorio. Una presa di posizione importante a livello politico locale. Cosa ne pensa?

Che ad oggi non è fattibile per il fatto che tutte queste coltivazioni vanno autorizzate dall’Ufficio Centrale Stupefacenti e l’UCS non approverebbe mai un’autorizzazione di questo tipo perché per i dirigenti di questo ente, al momento, il fabbisogno nazionale è sistemato. Bisogna poi considerare il fatto che tutte queste realtà locali portano avanti il discorso di avere i terreni, il che significa che sono convinti di seminare in outdoor, mentre in realtà si tratterebbe di avere coltivazioni indoor con riproduzione agamica, in clonazione, autorizzate e ispezionate dall’AIFA [ndr. Agenzia italiana del farmaco] e coltivate in GACP.

SSIT: Che differenza c’è fra GACP e GMP?

GACP [ndr. Good Agricultural and Collection Practice] è la coltivazione della cannabis, GMP [ndr. Good Manufacturing Practice] è la parte successiva all’essiccazione. Una volta che fai essiccare la cannabis, da quando cominci a manipolarla e non è più la pianta in sé, ma viene presa, recisa e messa ad essiccare, quello è GMP. Il GACP, invece, raccoglie tutte le norme che garantiscono che il prodotto sia di qualità: senza pesticidi, su terreni in lana di roccia, insomma tutto quello che avviene secondo il Decreto 9/11 del 2015. Successivamente, quando si comincia la trimmatura in un ambiente protetto per evitare contaminazioni del fiore, quando si effettua la gammatura, la pesatura, ecco tutta questa parte rientra nel GMP, alla stregua di ogni farmaco.

SSIT: Tornando alle aperture politiche locali per produrre cannabis, nel concreto non vede sbocchi in questa direzione?

C’è un discorso politico di facciata per il quale tali autorizzazioni quasi sicuramente non verranno mai assegnate; piuttosto prenderebbero qualcuno che vada a coltivare all’interno dello Stabilimento militare di Firenze [ndr. SCFM] anche perché, a livello d’immagine, la percezione sarebbe sempre che sia lo Stato a produrre.  A inizio 2019, il Sottosegretario alla Difesa Tofalo dichiarava di star valutando l’apertura ai privati, però con tutte le attenzioni dovute per evitare l’acquisizione indebita di know how. Ciò significa che verosimilmente anche il privato dovrà lavorare all’interno del Farmaceutico militare.

SSIT: Che è un’assurdità tutta italiana, un vero controsenso per chi vorrebbe investire ed è abituato, penso ai canadesi, a stabilimenti di almeno 5000 metri quadri (quando sono piccoli piccoli)…

Però è ovvio per un discorso d’insieme, perché si da l’idea che politicamente siano sempre e solo i militari a coltivare, quando in realtà a loro potrebbe rimanere solamente il compito del controllo qualità, lasciando la coltivazione in mano a terzi. E’ lo stesso motivo per il quale la Pedanios/Aurora [ndr. Produttore canadese], pur avendo base anche in Germania, passa solo dai militari e non viene distribuita dai fornitori italiani nonostante ne abbiano fatto richiesta, come per la Bedrocan olandese. La risposta è stata negativa ed il motivo è prettamente d’immagine (sono in tantissimi a credere che le Pedanios siano varietà prodotte direttamente dal SCFM) nel senso che se mantengono tutto all’interno dello Stabilimento Farmaceutico risulta, così come risulta dai dati ufficiali, che nel 2018 il Farmaceutico ha distribuito 150 Kg, e non che ne ha distribuiti 60 dei suoi, mentre gli altri 90 erano dell’Aurora/Pedanios.

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SSIT: Potrebbe essere più chiaro?

I dati ufficiali del Ministero dicono che nel 2018, tramite gli importatori italiani alle farmacie, tramite l’importazione diretta per ASL e ospedali e tramite il SCFM a farmacie private e ospedali, sono stati distribuiti circa 600 Kg. Questo dato è attendibile per quel che riguarda le quote di circa 300 Kg che i distributori italiani hanno importato dall’Olanda e poi girato alle farmacie private ed è attendibile anche per le importazioni dirette autorizzate per ASL e ospedali. Poi ci sono i 147 Kg che si leggono nelle interviste online al Colonnello Medica che preventivava che nel 2018 il Farmaceutico avrebbe prodotto, la parola non è più distribuito, 150 kg. Se uno controlla sembra tutto in linea con quanto dichiarato. Il problema è che i dati, sottolineo, quelli ufficiali del Ministero, comunicano i grammi di canapa distribuiti, usciti quindi dal Farmaceutico, ma che poi siano quelli prodotti effettivamente non è da dare per scontato, perché i dati ufficiali di Aurora Italia dicono che nel 2018 su un bando vinto per 100 kg ne avevano forniti al Farmaceutico 90 kg. Quindi, se poi si va a vedere il dato reale, ci si rende conto che 147 kg, meno 90, sono 57 kg, ossia la stessa identica quantità che il Farmaceutico ha distribuito nel 2017 ed il dato è perfettamente coincidente col fatto che nel 2017/2018 le serre all’interno dello Stabilimento siano restate della stessa cifra e cioé tre. Quindi a parità di serre, a mio parere, la cannabis realmente coltivata e prodotta nel 2017 e nel 2018 arrivava a 57 kg, chili che però nella statistica risultano 150 perché vi sono aggiunti quelli di Aurora.

SSIT: Ma il Colonnello Medica mi ha confermato telefonicamente che nel 2018 la quantità di cannabis prodotta dallo Stabilimento è stata di 100 kg, come si spiega tale discostamento dalla sua analisi?

Allora, nel 2018, Pedanios/ Aurora ha distribuito indicativamente 90 kg. Prendendo ovviamente per buone le stime del Colonnello Medica, possiamo dire che i militari hanno prodotto 100 kg e che ne abbiano distribuiti 160 (ndr. sempre compresi i 90 kg canadesi), quindi, però, dove sono finiti i restanti 30 kg? Nello stoccaggio? Possibile, anche se all’epoca, a fine 2018, non mi sembra di ricordare che ci fossero scorte, oppure, e avrebbe un senso, è anche possibile che si fossero avviati ad utilizzare una certa quantità di cannabis per eseguire dei test per la registrazione dell’olio di produzione militare. E’ un interrogativo però, sto facendo delle supposizioni cercando di dare un senso ai numeri di cui disponiamo. 

SSIT: Effettivamente nel 2019 si era anche parlato di produzione di un olio standardizzato da parte dei militari. Cosa ne sa?

Ricordo che il Sottosegretario alla Difesa Tofolo aveva affermato che entro fine 2019 avrebbero registrato all’AIFA l’olio di cannabis, cosa inverosimile perché non avevano nemmeno le infiorescenze “per piangere” e per fare l’olio servono proprio le infiorescenze. Quelle con cui avrebbero voluto fare l’olio sarebbero state infiorescenze sottratte alle farmacie per fare cartine o altre preparazioni.

SSIT: Cioè l’olio, eventualmente, lo si può cominciare a preparare quando è disponibile un surplus produttivo non quando non se ne produce abbastanza…

Bisogna avere un surplus, una parte destinata alla vendita diretta di infiorescenze e l’altra alla preparazione dell’estratto.

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SSIT: E perché per i militari sarebbe così importante avere un olio registrato AIFA?

Secondo me non è così importante, ma a monte c’è un problema farmacologico. Ad alti livelli istituzionali, ma anche a livello di classe medica, la cannabis è percepita come THC: non importa che varietà venga prodotta, o cosa si riesca ad ottenere, conta solo il THC. Una volta quindi che i militari produrranno un olio ottenuto da una varietà che può essere l’FM1 o l’FM1000, e lo standardizzeranno ad una certa concentrazione di THC, quello diventerà l’olio di cannabis, fine.

Non esistono, non vengono presi in considerazione né varietà, né genetiche né terpeni.

SSIT: Ma questo approccio è in aperta antitesi rispetto all’attualità della ricerca scientifica internazionale, o sbaglio?

È un discorso semplificatorio che nasce dal fatto che nel metodo della ricerca scientifica, che nella medicina occidentale è condizionato dalla chimica farmaceutica, ci hanno insegnato che c’è una sostanza X, cioè un elemento fisico che ha una formula chimica e che questo da un effetto e su quello si fanno gli studi. Faccio sempre l’esempio della Furosemide che è un diuretico, una sostanza chimica con una struttura chimica che è quella ed è unica in Italia, in Germania, in India ed in Cina, in America e Sudamerica, è sempre la stessa. Quindi si possono fare tutti gli studi che si vuole e tutti i risultati saranno riproducibili perché la sostanza è quella. La cannabis invece non è il THC e quindi uno studio clinico controllato fatto con una determinata varietà di cannabis darebbe dei risultati che non sarebbero riproducibili con una varietà di cannabis omologa (stesso contenuto di THC e o CBD ma genetica diversa). Un conto è fare uno studio sul Dronabinol o sul Sativex che è un farmaco standardizzato che contiene solo il THC, solo il CBD e tracce di terpeni, ma che di fatto non presenta tutte le altre migliaia di sostanze presenti nella pianta di cannabis. Quindi, tornando all’olio dei militari, se produrranno un estratto come Stabilimento, il primo terrore che ho è che facciano un estratto si di cannabis, ma sicuramente non full spectrum, sicuramente senza tenere conto dei terpeni e che il loro obbiettivo sarà massimizzare il THC, facendo una specie di Sativex galenico.

SSIT: E questo comporterebbe dei rischi per i pazienti?

Anche se arrivassero a farlo e a registrarlo all’AIFA, per verificarne l’efficacia prima di metterlo in commercio, dovrebbero comunque disporre di dati di sperimentazione clinica, normalmente ottenuti tramite trial ospedalieri. Il rischio sarebbe quello di ritrovarsi con un Sativex light, qualcosa che non è prodotto a livello di industria farmaceutica, ma a livello galenico-industriale e che una volta pronto alla vendita diventi l’unico olio di cannabis possibile.

SSIT: Cioè il rischio è che un solo ed unico olio possa monopolizzare il mercato?

Spero di no. Ma mentre in farmacia prendi qualsiasi genetica della pianta e prepari l’olio standardizzato col Bedrocan, il Bedica, il Bediol, la Pedanios 22, l’Aurora 12, l’FM2 o con qualsiasi altra nuova varietà dovesse arrivare, una volta che sarà prodotto un olio col THC e un olio THC e CBD l’Ufficio Centrale Stupefacente potrebbe dire: “Ecco qui gli olii signori, non c’è più bisogno di altro: il medico vuole il THC? Olio di FM1, il medico vuole THC e CBD? Olio di FM2.”

SSIT: Insomma, sarebbe un assoluto impoverimento dell’offerta terapeutica che la marijuana offre ai pazienti? 

Assolutamente si e soprattutto perché ho il terrore che l’impostazione sia quella dell’AIFA, cioè della farmacologia, cioè del a noi interessa il THC e del fitocomplesso che vuol dire terpeni, ma anche gli altri cannabinoidi e tutte le sostanze secondarie come gli alcaloidi e gli elementi che magari oggi non sappiamo che funzione possano avere, non interessa nulla. Questa complessità sarebbe riprodotta in un’estrazione full spectrum, ma in un estratto prodotto dai militari non si può sapere.

SSIT: Ma perché è così convinto che i militari non vogliano fare un’estrazione full spectrum, in fondo, una volta che la fanno…

Il concetto è quello di raffinare. Perché, visto che devono andare a fare la sperimentazione, introdurre degli elementi di variabilità?

SSIT: Perché risiede proprio li la potenzialità della cannabis…

Questo lo diciamo io e lei e tutti gli esperti, ma vada a parlare con i farmacologi dell’ISS, con Garattini [ndr. Presidente Istituto Mario Negri] e co: loro parlano solo di THC e CBD.

SSIT: Cioé gli esperti che decidono sulla messa in commercio e distribuzione di cannabis e derivati non si rendono conto che la marijuana è un medicamento e non un farmaco?

Esattamente: il THC è una nota e la cannabis l’accordo. Nei farmaci di origine vegetale si parte dalla pianta per isolare un principio attivo, la pianta produce quella sostanza che per la chimica farmaceutica è responsabile dell’attività che si necessita, allora la estraggo completamente e la purifico, mi rimane quella e poi addirittura arrivo a sintetizzarla. Il rischio con la cannabis è di utilizzarla unicamente come fonte del THC perché reputo che il THC sia la parte terapeuticamente necessaria, quindi non interessa che ci siano i terpeni o che la cannabis odori, che sia tritata o non tritata che abbia concentrazioni di THCV piuttosto che di CBG, quelle non le standardizzerebbero perché secondo loro non hanno valenza scientifica. Si dedicheranno a standardizzare THC o THC e CBD e fine dei giochi.

SSIT: Perché esiste questo margine fra la comunità scientifica internazionale che da decenni ci parla di effetto entourage ed i nostri dirigenti che nel comparto sanità si occupano di cannabis?   

Il problema esula dalla cannabis. Questo discorso vale per qualsiasi medicinale, l’effetto entourage o fitocomplesso che è il termine italiano, da noi non è riconosciuto, da noi a volte si parla di sinergismo/ interazione che prende però un’accezione negativa. Questo margine trova la sua ragione nel fatto che farmacologi e tossicologi seguono l’impostazione della chimica farmaceutica e cioé con il singolo
principio attivo singolo, mentre il resto non conta.

SSIT: Ma questa è l’impostazione della medicina moderna tout court…

Questa è l’impostazione della medicina occidentale: un componente ha un’attività preso da solo e isolato poi è chiaro che è come dire: “Vado dall’urologo che mi da un medicinale per il mio problema”, perfetto dosaggio, benissimo, però l’urologo non ha la minima idea degli altri 14 farmaci che io già prendo perché prescritti dall’ortopedico, dall’ematologo o dal cardiologo. Ogni medico mi ha dato la sua molecola pensando solo ed esclusivamente a quella, nessuno è in grado, perché non abbiamo la cultura, di valutare l’effetto d’insieme, anche se in teoria questo ruolo spetterebbe al medico generale. Per questo motivo quando faccio i corsi ai medici la prima cosa che metto è in chiaro è che se loro affrontano la cannabis come sono abituati ad affrontare normalmente la medicina tradizionale, intesa come chimica farmaceutica, si troveranno a fallire.

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