Archiviazione dell’inchiesta “Affari in fumo” a Taranto e confusione italiana

affari in fumo
Archiviata la posizione di 56 operatori del settore della cannabis light nell'inchiesta della Procura di Taranto denominata Affari in fumo. Ancora una volta la situazione italiana sulla tematica si è confermata per quello che è: estremamente confusa.

Affari in fumo. La Procura di Taranto ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulla canapa light denominata “Affari in fumo”. L’operazione contava ben 56 indagati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, con 48 negozi (39 nella provincia di Taranto; 9 tra Campania, Calabria, Lazio e Lombardia) che commercializzano «cannabis light» perquisiti e con molto materiale sequestrato. L’indagine ha avuto inizio nell’autunno del 2018 quando è stato eseguito un sequestro di circa 9 chilogrammi delle sostanze considerate fuori legge da un distributore automatico «H24» a Taranto.

Successivamente alla richiesta di incidente probatorio al gip per confermare gli accertamenti tecnici sul materiale sequestrato, la Procura ha cambiato la propria decisione, avvalorando «la situazione di incertezza» citata dalle Sezioni unite della Suprema Corte di Cassazione della scorsa estate. La suddetta situazione di incertezza avrebbe portato, secondo la tesi della Procura gli indagati a commettere un errore inevitabile nel momento in cui hanno dovuto fronteggiare una norma che non brillava per chiarezza. Il Gip nel disporre l’archiviazione, ha rimandato integralmente alla richiesta della Procura, aggiungendo che «la piattaforma probatoria non risulta idonea a dimostrare il dolo del reato contestato». Tuttavia, nonostante l’archiviazione, sono rimasti confisca e distruzione del materiale sequestrato.

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Photo by Antonio Attolino

L’operazione affari in fumo ha confermato, in modo drastico, la situazione di limbo nel quale continuano a lavorare migliaia di lavoratori del settore. L’archiviazione di questa inchiesta, dettata dal clima proibizionista che si continua a respirare a pieni polmoni quotidianamente, ha ulteriormente dimostrato quanto sia necessaria e urgente una sistemazione del buco legislativo presente.

La vita di tanti titolari di imprese del settore hanno subito un drastico sconvolgimento dal punto di vista non soltanto economico, ma anche morale. Abbiamo raccolto negli scorsi giorni le impressioni di Marta, titolare del grow shop tarantino “Sentieri del benessere”: “Essere additati come spacciatori, come persone che hanno svolto illegalmente il proprio lavoro, anche da altri operatori del settore cannabis light in Italia è stato un danno e una terribile beffa. Molte persone hanno ritenuto che a Taranto non si poteva ricominciare a lavorare, poiché non avevamo lavorato correttamente. Niente di più falso, visto che per oltre 50 di noi sono toccate ingenti spese legali e alleggiava tra noi la paura che la Procura avrebbe potuto sequestrare ulteriormente, qualora avessimo riaperto le nostre attività. Essere definiti  dalla magistratura spacciatori mascherati è stato qualcosa di davvero brutto”.

Sperando, per l’ennesima volta, di vedere definitivamente la luce per il settore, esprimiamo solidarietà a tutti i lavoratori onesti perseguitati dall’ondata di insensato proibizionismo su una tematica molto lontana da certi punti di vista gonfiati ad arte.

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