A Milano un caso vincente di uso terapeutico

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Caso vincente di uso terapeutico a Milano con assoluzione di un paziente per la coltivazione di 33 piante. Ne parliamo con gli Avvocati Simonetti e Miglio di Tutela Legale Stupefacenti

Caso vincente uso terapeutico a Milano. A cura di Fabrizio Dentini
E’ più che evidente che per chi oggi in Italia coltivi e detenga cannabis per motivi medici, spesso è più importante incontrare un giudice scevro da pregiudizi in materia che aspettare i suoi rappresentanti politici per migliorare il contesto legislativo all’interno del quale vive, soffre e in questo caso trasgredisce le leggi.
Lo scorso giugno 2019, M.T, cinquantenne invalido all’85% e recidivo a reati di questo tipo, viene trovato a casa con 33 piante di cannabis, da lui coltivate, e con più di un chilogrammo fra marijuana e hashish, due bilancini e 30 bustine con chiusura ermetica e rotolo di cellophane.
Il famigerato, e conosciutissimo dai growers, art. 73 del Testo unico sulla Droghe del 1990 che, in caso di droghe leggere prevede da 2 a 6 anni di reclusione, da giugno pendeva come una spada di Damocle su questo cittadino milanese difeso dagli Avv. Miglio e Simonetti di Tutelalegalestupefacenti.it.
Di seguito, alcune domande poste agli avvocati per comprendere meglio l’evolversi di questo procedimento che in primo grado aveva portato alla condanna ai domiciliari per 2 anni e che in appello, il 20 dicembre scorso, ha assolto per la coltivazione delle 33 piante e condannato a 1 anno di reclusione ( che non sarà eseguita) per la detenzione del chilo e passa fra hashish e cannabis.
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SSIT: Quale è stata la linea difensiva del vostro assistito?
Che le piante ritrovate erano di una qualità elevata e che gli permettevano di affrontare i suoi problemi di salute, dolori cronici per sindrome da arto fantasma a seguito di amputazione, in ragione dei quali gli era stata prescritta cannabis a fini terapeutici. Inoltre che l’inizio dell’autoproduzione di cannabis era scaturito dalla necessità di risparmiare sui costi di quella terapeutica, specificando di consumarne un etto al mese e che dunque la scorta rinvenuta sarebbe stata consumata nel periodo di nove mesi, conservandola sottovuoto in modo da mantenere intatte le proprietà organolettiche. In ultimo che facesse uso di hashish e che il bilancino servisse per pesare la dose corretta da assumere.
SSIT: Avvocato, la pena di un anno non sarà eseguita nel senso che si tratterà non di reclusione, ma detenzione domiciliare?
Non sarà eseguita se, anche dopo il ricorso per Cassazione fosse confermata la sentenza e quindi la pena in questione potrà essere risolta semplicemente con una misura alternativa quale, ad esempio, l’affidamento in prova a servizio sociale.
SSIT: In concreto, la pena passa da due anni a un anno. A parte questa positiva diminuzione, perché considerare la decisione della Corte d’Appello una vittoria per il vostro assistito?
Perché per le 33 piante è di certo un pronunciamento che fa giurisprudenza e per la detenzione di più di un chilo di sostanza stupefacente di ottima qualità, alla presenza anche di indici che normalmente sono ritenuti di spaccio, possiamo assicurare che un anno rappresenti semplicemente una tirata d’orecchio e non certo una sanzione di rilevanza penale.
Al netto di conoscere le motivazioni della sentenza, si tratta quindi di un prestigioso caso vincente per uso terapeutico in tema di cannabis, il quale va analizzato anche con riferimento al problema di detenere un rilevante quantitativo di stupefacente come scorta personale. In relazione al dato quantitativo della sostanza stupefacente detenuta (più di 1 chilogrammo), siamo riusciti a dimostrare come le dichiarazioni del nostro assistito di consumarne un etto al mese non siano state ritenute infondate. Con riferimento poi alla presenza di indici di spaccio, abbiamo evidenziato come, da una parte il minimo denaro contante e dell’altra riguardo al “materiale da confezionamento”, nella sua estrema generalità nulla dice sul punto, se non che, molto probabilmente, trattasi di materiale – appunto – per il confezionamento di qualsiasi altro oggetto.
SSIT: Questo per la detenzione del chilo e invece per la coltivazione delle 33 piante?
Per quanto riguarda la coltivazione, abbiamo portato all’attenzione della Corte di Appello di Milano, che spetti al giudice, di volta in volta, verificare se la specifica condotta di coltivazione risulti effettivamente e concretamente pericolosa, in quanto, laddove questa risultasse assolutamente inidonea a porre a repentaglio il bene giuridico tutelato, dovrebbe concludersi per l’inoffensività della condotta. In poche parole, mancava, secondo la nostra tesi, qualsiasi indizio che potesse far desumere che l’indagato volesse coltivare per spacciare. Al contrario, invece, era ragionevole presumere primo che si trattasse di coltivazione di minima entità, considerato il carattere prettamente domestico privo di quell’organizzazione tipica di una produzione massiva e secondo che il conclamato uso personale era desumibile, come detto sopra, dalle dichiarazioni dell’indagato le quali non apparivano, salvo pregiudizi personali, irragionevoli se rapportate alla documentazione medica dalla quale risultava la prescrizione di farmaci a base di cannabis.
Quindi, a fronte di un quadro probatorio non assolutamente chiaro nel poter affermare la pericolosità e la colpevolezza della condotta dell’imputato (peraltro persona disabile), siamo riusciti ad ottenere l’assoluzione per la coltivazione ed una minima pena per la detenzione di una importante quantità di stupefacenti.
Restiamo in attesa delle interessanti motivazioni della sentenza che saranno pubblicate non appena il giudice di Appello le inoltrerà agli avvocati difensori.

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