FM2 e cancro alla prostata Intervista

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Laureata all'Università di Firenze in Biotecnologie mediche e farmaceutiche, la Dott.ssa Aleide Calabrese ha deciso di approfondire con la tesi un argomento molto interessante: valutare se la cannabis terapeutica prodotta in Italia potesse svolgere un ruolo positivo contro un tumore molto diffuso, il carcinoma prostatico, la forma tumorale più diffusa tra gli uomini. I più recenti dati AIRTUM indicano che il cancro alla prostata sia il più frequente tumore maligno tra gli uomini italiani. Si stima che 11-12.000 nuovi casi siano diagnosticati ogni anno.

SSIT: Buongiorno Aleide, quale scopo aveva la tua tesi e cosa hai riscontrato durante la ricerca?

Principalmente valutare gli effetti antitumorali dei cannabinoidi. In particolare abbiamo comparato gli effetti provocati da un estratto in olio di Cannabis FM2 (THC 5-8% e CBD 7,5-12%), prodotta dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, con quelli di cannabinoidi sintetici puri.

SSIT: Nella tua tesi scrivi che “THC, CBD ed altri cannabinoidi possono indurre l’arresto del ciclo cellulare e la morte per apopstosi.” Potresti spiegare l’importanza di quest’affermazione?

Sulla base di quanto riportato dalla letteratura scientifica, che spiega come i cannabinoidi siano in grado di arrestare il ciclo cellulare e indurre la morte programmata di cellule cancerose (apoptosi), lo scopo della tesi è stato quello di valutare “in vitro” gli effetti sulla vitalità cellulare di linee di carcinoma prostatico. Abbiamo quindi trattato le cellule con estratto di olio di cannabis FM2, (ricco in THC e CBD con rapporto 1:1,5), con CBD puro sintetico e con WIN 55212 (cannabinoide sintetico simile al THC). Tramite una serie di test da laboratorio abbiamo determinato la percentuale di morte cellulare, il tipo di morte a cui andavano incontro le cellule e il grado di invasività delle stesse (che rappresenta la capacità di metastatizzare) ottenendo risultati sorprendenti: tutti i cannabinoidi testati sono stati in grado di rallentare la crescita delle cellule tumorali e di provocarne la morte, attraverso meccanismi d’azione differenti, che però non sono stati ulteriormente approfonditi.

SSIT: Nel trattamento oncologico la cannabis viene utilizzata come palliativo degli effetti collaterali della chemio piuttosto che come farmaco anti cancerogeno, tout court. Perché?

Ci sono due importanti fattori limitanti: il primo è la costante mancanza di cannabis terapeutica nel nostro territorio che non permette ai medici di usarla alla stregua di altri farmaci; il secondo punto è il pregiudizio da parte dei medici e di buona parte del comitato scientifico che ritiene che non ci siano studi clinici a sufficienza per affermare che la cannabis può essere riconosciuta come farmaco per il trattamento del cancro.

SSIT: Nella tua ricerca ti sei avvalsa anche di cannabinoidi sintetici. Per lo studio che ti sei prefissata hai riscontrato differenze tra quelli sintetici e quelli naturali?

La ricerca prevedeva un confronto tra i cannabinoidi sintetici (CBD e WIN 55212) e l’estratto oleoso di infiorescenze FM2, per individuare i recettori cannabinoidi coinvolti e gli eventuali meccanismi d’azione. È stato interessante comparare l’uso di cannabinoidi singoli, rispetto al fitocomplesso (anche se il nostro estratto era povero in terpeni) per seguire la tesi del professor Ethan B. Russo secondo il quale “è dimostrato che la combinazione sinergica fra tutte le sostanze contenute nella cannabis, il cosidetto ‘effetto entourage’, può modificare significativamente l’azione dei principali principi attivi, migliorandone l’azione e riducendo al minimo i possibili effetti collaterali”. Mi piace sostenere questa tesi per avvalorare le proprietà terapeutiche del fitocomplesso rispetto a quelle dei singoli principi attivi (che ritroviamo nei farmaci di sintesi). Ci tengo a sottolineare che non abbiamo potuto testare estratti ricchi in terpeni e cannabinoidi, quindi dimostrare l’efficacia del vero fitocomplesso, per via delle tecniche di estrazione applicate in farmacia galenica. Abbiamo comunque avuto ottimi risultati con l’estratto oleoso di FM2 e quindi dell’azione di CBD e THC naturali.

SSIT: Terminata la tua tesi pensi di continuare a studiare la cannabis? Alla luce di quanto emerso dalla tesi, quali aspetti ti piacerebbe approfondire?

Il progetto di tesi era solo l’inizio di un lungo percorso che avrebbe portato a importanti risultati: nuove tecniche di somministrazione con l’impiego di biotecnologie, ottimizzazione di tecniche di estrazione per rendere più efficace gli estratti, personalizzabili in base al tumore e così via. Purtroppo, la ricerca in Italia soffre ancora molto della carenza di finanziamenti, ed è sempre soggetta a tagli. Nonostante i risultati incoraggianti ottenuti per continuare il percorso appena iniziato, varie difficoltà (tra cui quelle economiche) si sono susseguite, di conseguenza ho dovuto mettere un punto alla ricerca. Resterà comunque una bellissima esperienza della mia vita e della carriera universitaria, aver coinvolto, nel mio piccolo, tanti ricercatori e professori nel progetto Cannabis e cancro e aver allontanato tanti pregiudizi mi ha dato grande soddisfazione. Tutto questo però non è bastato. il mio auspicio è che da preclinica la ricerca possa diventare clinica, perché è una pianta sicura, con potenzialità terapeutiche uniche che finalmente stiamo riscoprendo e che tutti devono conoscere ed apprezzare. In particolare voglio rivolgermi alla classe medica e politica, ai ministeri di competenza, che non neghino a milioni di persone di poter vivere meglio la loro malattia facendosi aiutare da un dono della natura, da una pianta che sta dimostrando di poter risollevare l’ambiente, l’economia e la salute delle persone.

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