Come coltivare erba più forte

Come coltivare erba più forte
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Si può dire che tendenzialmente ogni coltivatore spera di ottenere il miglior raccolto possibile. Alcuni puntano sulla resa, altri cercano un sapore ottimale ed altri entrambi. Il sapore e la potenza sono generalmente la cosa più importante quando si parla di qualità. Oggi parleremo della possibilità di massimizzare la qualità di entrambi.

Cannabinoidi

Prima di entrare nel dettaglio delle tecniche volte ad aumentare la potenza della vostra ebra, riparliamo di dove e come vengono prodotte le sostanze attive della cannabis. La pianta contiene 1.269 sostanze note in totale, 144 delle quali sono cannabinoidi, 150 terpeni e terpenoidi e 50 flavonoidi. La maggior parte dei cannabinoidi psicoattivi è composta naturalmente dal tetraidrocannabinolo, il THC. Il cannabidiolo (CBD) è un altro componente importante di questo gruppo. Questi due cannabinoidi sono i più abbondanti nella cannabis. Sono al centro dell’attenzione da parte di chi fa uso ricreazionale di cannabis perché entrambi sono coinvolti nell’esperienza psicoattiva. Entrambi hanno anche effetti medicali, motivo per cui la cannabis è usata in medicina da migliaia di anni ormai. Un altro cannabinoide interessante dal punto di vista medico è il cannabicromene (CBG). Gli effetti dei singoli cannabinoidi sono ancora in fase di studio e grazie al fatto che la cannabis inizia a essere accettata dalla medicina moderna (oltre all’ondata mondiale di legalizzazione), ci si può attendere solo di fare sempre più scoperte interessanti.

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Tricomi ghiandolari con resina, il tricoma a sinistra è non ghiandolare. Fonte: www.uk420.com

Terpeni

I cannabinoidi hanno numerosi effetti interessanti, ma non hanno alcun sapore. Se avete mai avuto l’impressione che l’odore della cannabis sia causato da un cannabinoide, beh, purtroppo vi sbagliate, come molti altri. Il sapore e l’odore della cannabis deriva da una miscela unica di terpeni, molti dei quali si possono trovare in piante completamente diverse. I terpeni hanno un’ampia gamma di proprietà terapeutiche, sia fisiche che mentali. I terpeni più abbondanti nella cannabis sono mircene, pinene, limonene, linanolo, cariofilene ed eucaliptolo. Il mircene si trova nel mango e nel luppolo, il pinene nei pini, il limonene negli agrumi, il linalolo nella lavanda, il cariofilene nel pepe e nei chiodi di garofano e l’eucaliptolo nell’eucalipto. Vi suona familiare? Non c’è da meravigliarsene, perché questi termini sono spesso utilizzati per descrivere il sapore e l’odore di varietà specifiche. Il mango e altri agrumi figurano anche nei nomi dei ceppi: Mango, Lemon Haze, ecc. La differenziazione delle singole varietà si può basare sulla presenza e sul rapporto di terpeni chiamato profilo terpenico. Sembra anche che i terpeni modifichino l’effetto dei cannabinoidi. E di certo i terpeni incidono sugli effetti medici della cannabis, cosa che chiamiamo “sinergia” di tutte le sostanze contenute nella pianta. Questo significa che se diamo a una persona del THC isolato, l’effetto sarà piuttosto diverso dall’applicazione dell’intera serie di sostanze attive presenti nella pianta della cannabis, in particolare nella resina. I cannabinoidi, i terpeni e altri composti funzionano congiuntamente e influiscono sull’effetto della pianta su chi ne fa uso.

Resina

I cannabinoidi e i terpeni sono metaboliti secondari che si trovano nella resina della cannabis, che forma i tricomi. I tricomi si trovano in moltissime piante. Hanno diverse funzioni: la più importante è quella di proteggere la pianta dai pericoli esterni, ossia dai parassiti e dagli ospiti indesiderati delle piante. Le piante possono anche comunicare con il mondo esterno attraverso i tricomi, grazie ai suddetti metaboliti. Quando una pianta vuole attrarre un impollinatore, produce odore, che attira una determinata specie d’insetto. Quando vuole repellere i parassiti, produce un odore sgradevole che non piace ai parassiti. Le piante hanno creato dei cocktail specifici di metaboliti secondari con diversi effetti.
La cannabis ha due tipi di tricomi: non ghiandolari e ghiandolari. I tricomi non ghiandolari sono simili ai tricomi ghiandolari ma non producono resina. Dato che ricerchiamo sapore e potenza, i tricomi ghiandolari sono interessanti per noi perché creano resina ricca di cannabinoidi e terpeni. La maggior quantità di resina viene prodotta sui tricomi dei fiori femmina. Ci si potrebbe chiedere perché la cannabis produca resina contenente cannabinoidi. Come già detto, i tricomi servono prima di tutto come meccanismo di difesa. La resina della cannabis è appiccicosa e può catturare con facilità degli insetti pericolosi. C’è consenso sul fatto che la cannabis produca cannabinoidi per difendersi dai mammiferi che hanno un apparato digerente aggressivo e sistemi di endocannabinoidi ben sviluppati. Quando un mammifero mangia una pianta di cannabis, i semi perdono valore e la riproduzione è resa impossibile. Questo significa che non è auspicabile che la cannabis venga consumata da un mammifero. D’altro canto, essere mangiata dagli uccelli dà risultati positivi. Gli uccelli possono trasportare i semi in nuovi luoghi dove crescono e diventano nuove piante. La resina di cannabis ha quindi lo scopo di allontanare i mammiferi e ovviamente la cannabis non può sapere che verrà fumata e mangiata dagli esseri umani e l’elevato contenuto di cannabinoidi probabilmente dovrebbe causare effetti sgradevoli come anche prevenire il consumo futuro. Un’altra teoria prevede che l’effetto negativo della cannabis sulla memoria a breve termine è semplicemente tattico: la pianta vuole infatti assicurarsi che chiunque la trovi non possa ritrovarla una volta cresciuta. Sembra avere una certa logica.
Ciononostante, dovremmo essere interessati a una cosa completamente diversa: la produzione di resina come mezzo di difesa. C’è un collegamento provato fra la produzione di resina e il livello di stress che sente la pianta: produce il massimo della resina quando si sente minacciata. Bingo!

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Petali ricoperti di tricomi ghiandolari.

Pianta in pericolo

Ora che sappiamo che una pianta stressata produce più resina, dobbiamo pensare a come stressarla. Chi ha esperienza nella coltivazione probabilmente ha notato che anche se la resa non è ideale, il sapore può comunque essere ottimo e l’effetto non male. Può essere un problema se puntiamo su qualità e quantità. Una pianta sotto stress produce più resina ma non raggiunge la resa massima. Significa che se esponiamo la pianta allo stress, ci dovremmo aspettare una resa inferiore. Quanto inferiore dipende da quale metodo usiamo per stressare la pianta.

Irrigazione

Probabilmente il modo più facile per stimolare la produzione di resina è quello di modificare il ciclo d’irrigazione. Innaffiare in modo inadeguato è la soluzione migliore. Quando la pianta non riceve acqua a sufficienza, è stressata e inizia a produrre più resina. Un’irrigazione inadeguata può avvenire indoor e outdoor, sebbene in outdoor il coltivatore dipenda dalle condizioni meteorologiche. Quando si coltiva in serra, ci sono tante possibilità quante se ne ha coltivando con l’ausilio di luci artificiali indoor. Le piante possono essere messe sotto stress per tutto il ciclo di coltura irrigandole solo quando cominciano ad avvizzire. Non dobbiamo esagerare però. Nelle fasi iniziali, le foglie cominciano a cadere e diventano più morbide al tatto, ma la parte superiore della pianta rimane dritta. Nella seconda fase, le foglie cominciano ad affievolirsi verso il pavimento e la punta dei rami inizia a piegarsi. Nella terza fase, le foglie sono visibilmente corrugate, i gambi diventano più piccoli e la pianta inizia a perdere colore. Quando si stressa la pianta durante il ciclo di coltura, dovrebbe raggiungere la seconda fase massima prima d’irrigare, anche se è ideale irrigare appena prima dell’inizio di questa fase. Se rimane senz’acqua fino alla terza fase, la pianta potrebbe non riprendersi mai. Le foglie cadono e parte dei fiori potrebbero seccare. Questo metodo per stimolare la produzione di resina è a lungo termine e il raccolto risultante è notevolmente inferiore, sebbene estremamente potente. Questo metodo comporta il rischio che la pianta muoia, se si eccede. Il metodo seguente per indurre stress con l’irrigazione è molto più sicuro ed è anche il mio preferito. Prevede la coltura e l’irrigazione delle piante per tutto il ciclo di coltivazione fino all’ultima settimana o alle ultime due settimane. Fra la penultima e l’ultima settimana prima del raccolto, le piante vengono lasciate ad avvizzire fino alla seconda fase. Vengono poi irrigate, in modo tale che possano riprendersi. Durante gli ultimi cinque giorni prima del raccolto non vengono irrigate per nulla. Il giorno del raccolto, dovrebbero ritrovarsi nuovamente nella seconda fase. È facile utilizzare questo metodo quando si coltiva indoor e in serra. Quando si coltiva outdoor, le piante devono essere protette da pioggia e umidità, cosa difficile soprattutto in autunno. Questo metodo ha un altro effetto positivo: riduce il rischio di muffa. Quando la pianta non riceve acqua a sufficienza, l’umidità all’interno dei fiori diminuisce, punto in cui compare la muffa più di frequente. La muffa ha bisogno di umidità e di calore, pertanto eliminare l’umidità rende la vita della muffa molto più difficile. Mettere la pianta sotto stress nelle ultime due settimane di vita ha solo un piccolo effetto negativo sulla a resa, rispetto allo stress a lungo termine.

Temperatura

Un altro modo per mettere le piante sotto stress è quello di tenere la temperatura molto alta. Questo va di pari passo con il metodo precedente, in un certo senso. Le temperature elevate possono portare l’acqua a evaporare rapidamente, il che porta a un avvizzimento più veloce. Questo a sua volta porta a una maggiore produzione di resina. Ciononostante, le temperature non dovrebbero superare i 40°C. Dato che regolare la temperatura è più difficile di modificare il ciclo d’irrigazione, questo metodo è piuttosto complicato. Per questo motivo non lo consiglierei, anche se vale la pena citarlo.

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Anche la luce UVB per rettili è adatta a questo scopo.

Luce UV-B

L’ultimo metodo per aumentare la produzione di resina di cui vorrei parlare è la luce UVB. Questa luce ultravioletta con lunghezza d’onda di 280-315 nanometri raggiunge il pavimento in quantità molto ridotte e, onestamente, dovremmo esserne felici. La luce UVB provoca tumori alla pelle e danneggia la vista. Neanche alle piante piace molto, perché riduce l’efficacia della fotosintesi e incide anche sulla dimensione delle foglie. La luce UVB mette semplicemente le piante in condizione di stress, il che è quello che vogliamo ottenere. La luce UVB aumenta d’intensità a metà primavera, motivo per cui le piante raccolte a luglio e all’inizio di agosto contengono più sostanze attive rispetto alle piante raccolte in autunno. Quando si coltiva indoor, possiamo usare luce UVB artificiale. Le fonti luminose con una produzione superiore di luce UVB sono in vendita nei centri di giardinaggio specializzati o nei negozi di acquari. Queste fonti di luce devono essere aggiunte alle fonti già presenti. Quando si usano luci di coltura classiche da 100W, bisogna aggiungere una fonte di luce UVB da 10W. Questo significa che una fonte luminosa UVB da 60W deve essere aggiunta a un sistema con fonti HID da 600W. È comunque importante pensare alla salute. Quando si entra in una stanza con una fonte di luce UVB, bisogna prima di tutto spegnerla oppure spalmare sulla pelle della crema solare. Quando si usa luce UVB, sono sufficienti cinque o sei settimane di stress prima del raccolto. La luce elimina anche la muffa, fino a un certo punto, il che è positivo. Il metodo UVB è piuttosto costoso, ma è affidabile e non incide troppo sulla resa.
Mr. Jose

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