Easyjoint sbarca in America: presente e futuro di un impegno antiproibizionista

Soft Secrets
25 Feb 2019

Nel nostro paese sono almeno due decenni che il mondo dei growshop si è sviluppato e perlopiù al riparo dei riflettori. Un mondo che è cresciuto facendo riferimento ad un mercato vivace, ma sotterraneo, un mercato volutamente non riconosciuto dalle istituzioni, un ambiente economico sano in un paese allo stallo che cerca, senza trovarle, soluzioni per ossigenare l'economia nazionale.


Dopo anni di lavoro sottotraccia e a debita distanza dall'interesse mediatico, dopo anni dietro ai banconi dei negozi ad insegnare l'importanza etica di autoprodurre cannabis in seno ad una società che soffre di spropositata malafede nei confronti di questa pianta e dopo anni di vendita di semi per scopo di collezionismo; da un momento all'altro questo settore ancor di nicchia si è aperto ad una legalità inaspettata e ben accolta, quella della cannabis cosidetta light con basso contenuto di THC. Il principale artefice di questo cambiamento viscerale del mercato è un imprenditore ed attivista parmigiano di nome Luca Marola. Luca Marola, fondatore di Easyjoint, ci ha dedicato oggi un poco del suo tempo per commentarci a caldo le impressioni avute durante il suo viaggio dall'altra parte dell'oceano. Easyjoint ed il mercato nascente e rinascente della canapa in Italia, infatti, hanno destato l'interesse della società canadese LGC Capital (società quotata alla Borsa di Toronto) che ha acquisito il 47% delle quote della società emiliana. Un passo importante sia per Easyjoint che per la filiera della canapa nostrana, alla quale questa acquisizione dimostra quanto operatori del mercato globale possano essere disposti ad investire localmente quando i margini di sviluppo sono valutati positivamente. Come nel caso del nostro paese. Ecco di seguito le parole di Luca, una chiacchierata a tutto tondo sul presente del nostro paese che sembra ancora guardare al passato e solo timidamente al futuro e quello dei canadesi ed americani che invece hanno ingranato la marcia dell'innovazione e puntano sull'avvenire convinti di fare la storia con la S maiuscola. Buona lettura. SSIT: Allora Luca, ad uscire dalla campana di vetro italiana si impara sempre, ci si riallaccia allo svolgersi della storia contemporanea. Tu cosa hai imparato dai tuoi viaggi oltre Atlantico rispetto al mercato della Cannabis? A dire il vedo i miei viaggi oltre oceano sono iniziati, almeno con la testa, molti anni fa. Dal 2014 studio ed analizzo approfonditamente il fenomeno della legalizzazione americana. Da questo interesse ho ricavato la rubrica fissa per la trasmissione radio che curo, Non Solo Skunk, qualche articolo per Fuoriluogo e il Manifesto, due volumi: “Legalizzare con successo” del 2015 e “Marijuana rulez”, la cui versione aggiornata fino alla legalizzazione in Canada è in libreria da fine 2018. Nell'ultimo anno mi è capitato di visitare Montreal prima e durante la legalizzazione di ottobre, Boston pochi giorni prima dell'apertura degli store legali, Las Vegas all'inaugurazione del più grosso negozio di marijuana al mondo. Quel che ho imparato è che il processo di legalizzazione è inarrestabile. Basta aprire la prima breccia, che oltreoceano è stata l'accettazione sociale e poi politica della cannabis terapeutica ad inizio secolo, e poi si innesca il cambiamento. Quando la cannabis terapeutica divenne legale nel 2007 in Italia, invece, nessun antiproibizionista colse quell'opportunità adottando la strategia risultata vincente negli USA a fine anni '90. Anzi, una parte del movimento demonizzò la cannabis terapeutica legale considerandola addirittura una minaccia per la lotta antiproibizionista... Persa quell'occasione, ho provato a richiamare l'interesse dell'opinione pubblica sulla cannabis sfruttando l'approvazione della legge sulla canapa industriale. L'operazione è riuscita, EasyJoint è riuscita, da maggio 2017, a mettere la cannabis sotto i riflettori. SSIT: Puoi darci dei numeri/statistiche per inquadrare ciò che accade nel Nord America? Il dato assodato più interessante è il crollo del 65% del mercato nero nel momento stesso in cui si aprono i negozi per la vendita della cannabis, a cui si va ad aggiungere un ulteriore 10% al terzo mese. Questo è anche il motivo per cui il Messico sta seriamente studiando il modello statunitense di legalizzazione per applicarlo e contrastare la sanguinosa guerra dei narcos. Scommetto sul Messico come prossima nazione che legalizzerà la marijuana. Un altro dato interessante è rappresentato dal numero costante del consumo giovanile: con il libero accesso alla cannabis non aumenta, e addirittura in qualche caso cala, il consumo tra i minori. Questo fenomeno smentisce alla radice la favoletta che i proibizionisti italici raccontano da troppo tempo. SSIT: Ti sappiamo antipro viscerale per questo ti chiediamo: il modello legalizzazione completa come in Canada e in molti stati americani, comporta anche aspetti negativi o tanta é la voglia di legalità che tali aspetti divengono secondari? Che gli aspetti negativi siano trascurabili lo dimostra la catena biannuale di vittorie referendarie. Se non fossero trascurabili dubito che l'opinione pubblica dello stato chiamato successivamente ad esprimersi avrebbe votato compattamente a favore della legalizzazione... L'aspetto più importante è che la vendita legale genera ingenti risorse per lo stato e le comunità locali come contee e municipalità, sia negli USA che in Canada ed i cittadini possono toccare quindi con mano i benefici: ristrutturazione dei plessi scolastici, rinnovo delle infrastrutture viarie come ponti e cavalcavia, costruzione di nuovi ospedali, manutenzione stradale, implementazione dei servizi sociali. I benefici alle comunità si vedono e la qualità della vita migliora. Non è un caso che nella lista delle migliori città in cui vivere ed investire vi siano le capitali degli stati USA in cui vi è un consolidato mercato legale della marijuana... SSIT: Sappiamo che dove la legalizzazione é intervenuta le multinazionali hanno investito con la loro potenza di fuoco economica spesso esautorando di fatto gli attori storici dell'antiproibizionismo militante. Come credi si possa evitare questa beffa dopo anni di sacrifici? Da quanto osservato non mi sento di sostenere questi assunti. Proprio il sistema di regole adottate nei primi anni ha impedito l'ingresso delle multinazionali, che ancora oggi non hanno alcun interesse ad investire in un mercato troppo frammentato e sotto la spada di Damocle del governo federale che mantiene ancora la marijuana nella tabella delle sostanze maggiormente pericolose, che impedisce alle banche di aprire conti correnti ed eseguire transazioni agli operatori di questo mercato, che impedisce le esportazioni tra gli stati USA. È fatto inoltre esplicito divieto d'investire e fare business ad aziende statunitensi in Canada e viceversa. SSIT: Quindi tu che opinione ti sei fatto? Sono nate altre potenze economiche, la maggior parte delle quali fondate da militanti antiproibizionisti. I primi ad occupare gli spazi aperti dalla legalizzazione sono stati i ragazzi dei movimenti sociali antipro, diventati poi giovani imprenditori di successo, consulenti, lobbisti. Non solo non demonizzo questo fenomeno, lo stimo, lo apprezzo e cerco di replicarlo qui da noi nonostante gli evidenti limiti di legge. Una florida comunità di imprenditori antipro dà efficacia a tutto il movimento: nei referendum per la legalizzazione del 2016 ho analizzato come i 2/3 dei donatori ai comitati referendari siano soggetti con interessi nel business della cannabis. Ci si mette la giacca, ma il cuore e finalmente anche il portafoglio, resta antipro. Poi c'è la faccenda della finanza con i grandi gruppi di investimento. È prematuro oggi fare un'analisi corretta sui pro ed i contro di queste presenze. Da una parte vi è un fortissimo interesse, per generare dividendi, ad allargare i mercati unito agli investimenti su start up, nuove aziende, nuove ricerche. Il lato negativo è forse eliminare quella patina romantica dell'idealista dalla parte giusta ma sempre sconfitto. Io ne farei volentieri a meno anche in Italia. Ma, ripeto, è prematuro tirare le somme ora. SSIT: Il fenomeno Easyjoint e la filiera cannabis light nasce a mio parere perché il pubblico anela ardentemente alla legalità a tutela dei propri comportamenti. Questo Rinascimento cosa significa per voi? Significa responsabilità, essere trasparenti, dare l'esempio. Per l'Italia significa che in meno di un anno la filiera si sia messa in pari con i principali competitors europei investendo in ricerca e sviluppo quell'inaspettata montagna di soldi che abbiamo veicolato in pochi mesi. Abbiamo reso interessante il mercato italiano al punto da essere riconosciuto come il migliore per chi volesse investire in Europa, come riportato da ben tre studi pubblicati negli ultimi due mesi da società di consulenza per investitori: Deloitte, MJBizz, Cannabis Investors. Fino a tre mesi fa era la Germania, l'abbiamo scalzata da poco. Penso sia il miglior riconoscimento per il lavoro, a beneficio di tutti, portato avanti da me ed EasyJoint in questi stupefacenti diciotto mesi. La concretizzazione di questo riconoscimento è avvenuto per noi a metà novembre con la sigla dell'accordo con LGC Capital, la holding canadese quotata alla Borsa di Toronto il cui acronimo sta per Legal Global Cannabis, che li fa entrare come soci di minoranza nel Progetto EasyJoint. Ora inizia una nuova storia, anche personale. SSIT: Ci hai insegnato come si opera a livello lobbing nel nostro paese. Come credi ci si debba porre per realizzare una non più procrastinabile depenalizzazione della coltivazione domestica nel momento in cui il Ministro dell'Interno dichiara di voler quintuplicare le pene per gli spacciatori? Coltivando ovunque, senza tenerlo nascosto ma anzi, rivendicandolo: dimostrare di essere buoni membri della società anche o perchè si hanno le piante sul balcone. Le disobbedienze civili, atti comunque individuali, dovrebbero essere lo strumento di lotta che ci riempie di orgoglio. Non lasciamo soli i pochi radicali che usano la disobbedienza come lotta di progresso sociale. Bisogna fare coming out: è intollerabile sentire, e quante volte è successo, che non ci si può esporre nemmeno con una firma perchè "ho le piante nell'armadio". SSIT: All'inizio di dicembre l'operazione "Affari in fumo" ha portato le forze dell'ordine ad eseguire numerosi sequestri di canapa light che eccedeva i limiti previsti dalla legge. Come valuti questa operazione? Noi abbiamo certificato una strategia per poter vendere la canapa light e questa strategia funziona, testimonianza è che nessuno dei nostri negozi ha subito procedimenti di tipo penale. C'è gente che sta lavorando per bene, non ha problemi legali e soprattutto non ne crea al prossimo. Le fughe in avanti di qualche produttore o e di qualche importatore rischiano di compromettere l'intera legittimazione dell'operazione canapa light. Se il prodotto eccede lo 0,2 di THC è considerato illegale secondo la legge e quindi non ci si meravigli, queste operazioni sono solo la naturale conseguenza. di Fabrizio Dentini

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