Cannabis e stigma sociale

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Che la cannabis sia ormai rientrata a pieno diritto nel mainstream e nel discorso pubblico è un dato di fatto. Ma per quali motivi ne sia uscita in precedenza e soprattutto come abbia guadagnato il pesante stigma sociale che la caratterizza, è spesso un tema tralasciato o dato per acquisito. Ma perché i consumatori di cannabis sono visti come membri meno accettabili della società? Cosa è successo durante il secolo breve del ‘900 per stravolgere così tanto il significato di una semplice pianta?     di Giovanna Dark

Come è potuto succedere? Come diavolo è possibile che l’atto del fumare cannabis abbia potuto essere associato a comportamenti devianti e fondamentalmente asociali, quando la realtà dei fatti ha sempre suggerito l’opposto?
Lo stigma sociale legato al consumo di cannabis ha ammorbato per decenni la cosiddetta società occidentale dell’uomo bianco. Nonostante questa stigmatizzazione – intesa nel senso sociologico del termine, ovvero quel processo che attribuisce una connotazione negativa a un membro o a un gruppo della comunità in modo da declassarlo a un livello inferiore – sia basata su un’impressionante serie di inesattezze scientifiche, essa ha prodotto danni incalcolabili: impattando sulla vita di milioni di persone con criminalizzazioni e persecuzioni sociali.
Sebbene la situazione sia decisamente migliorata, grazie al prezioso lavoro di informazione e divulgazione antiproibizionista e alla sempre più facile reperibilità del prodotto, il problema purtroppo persiste. La buona notizia è che, più impariamo dalla cannabis, più la sua reputazione migliora tra le persone informate. Un cambio nella percezione che la società ha della cannabis sta avvenendo non solo per la relativa facilità con cui si può dimostrare la completa innocuità della pianta, soprattutto se paragonata ad altre sostanze legali come l’alcool o il tabacco. L’altissimo costo che il proibizionismo ha imposto e continua ad imporre in termini finanziari e di potenziale umano, ha pure giocato un ruolo nella riabilitazione pubblica della cannabis.
Solo negli ultimi 40 anni, la cannabis ha cominciato un lento ma costante processo di distanziamento dallo stigma sociale, provando di essere tutt’altra cosa rispetto alla fama di sostanza stupefacente la cui “pericolosa eradicazione” nel tessuto sociale è valsa una War on Drugs multimiliardaria. E dimostrando infine di essere capace di rivitalizzare economie agonizzanti, come appunto quella statunitense.
Mentre il processo di accettazione della cannabis accelera a livello internazionale, diventa infatti sempre più chiaro che la genesi del proibizionismo contro la pianta – nato in America negli anni ’30 – è stata costruita soprattutto sugli stereotipi negativi che ne hanno voluto caratterizzare l’utilizzo. La letteratura sullo stigma sociale legato alla marijuana è piena zeppa di riferimenti alla violenza, alla follia e, quando generosa, a una non-produttività antagonista al mercato: denigrare i consumatori di cannabis sulla base del loro impatto sociale divenne la narrativa dominante nei discorsi politici di ordine interno, poco importa che le tesi a supporto delle affermazioni fossero estremamente imprecise e basate su dati scientificamente nulli.
La cannabis è stata legale nel mondo per lunghissimo tempo. Come spesso abbiamo documentato su queste pagine, non era per nulla inusuale tenere prodotti a base di canapa nella propria abitazione fino ai primissimi anni del 1900. La cannabis è stata un ingrediente base per preparazioni e medicamenti che erano largamente distribuiti in tutto l’emisfero occidentale, e il suo utilizzo era visto in modo completamente neutro, se non assolutamente sicuro.
Le cose presero decisamente un’altra piega tra gli anni ‘10 e ‘20 del ‘900, quando enormi masse di persone cominciarono a spostarsi da una parte all’altra del globo e il tema dell’immigrazione cominciò a farsi sentire per la primissima volta come problema di rilevanza sociale. Negli Stati Uniti, meta allora tra le preferite dai migranti, le autorità erano alla disperata ricerca di un modo per perquisire e/o arrestare e/o deportare immigrati e persone di colore: trovarono nella proibizione della cannabis uno degli strumenti più efficaci.
Harry Anslinger, l’uomo che più fortemente volle la proibizione della cannabis a livello federale, usava dire: “Ci sono circa 100,000 consumatori di marijuana negli Stati Uniti e la maggior parte di loro sono negri, ispanici, filippini, artistoidi o pervertiti. La loro musica satanica, il jazz e lo swing, non sono altro che il prodotto dell’uso di marijuana”. E ancora: “La marijuana è la causa per cui le nostre donne cercano relazioni sessuali con i negri e finiscono nella perversione”. Anche il nostro Franco Casalone ha documentato puntualmente, sulle pagine di SSIT4-2017, come il termine “marijuana” stesso non sia altro che uno spregiativo utilizzato in principio con intenti dichiaratamente razzisti e xenofobi.
Nel suo fondamentale libro The Emperor Wears No Clothes, il leggendario attivista per la cannabis Jack Herer asserisce come il proibizionismo fosse legato a doppio filo agli interessi dei produttori di carta e degli inventori delle prime fibre sintetiche – William Randolph Hearst e la compagnia DuPont tra i primi ­–, che effettivamente alimentarono una campagna di calunnie sulla canapa, mistificando le proprietà psicoattive della pianta, con lo scopo preciso di eliminarla dal mercato.
La versione offerta da Jack Herer ha certamente il suo valore storico: sia Hearst (magnate della stampa) che i DuPont (leader nei prodotti petrolchimici) avevano ben più di un motivo per boicottare la canapa e renderla illegale negli Stati Uniti. William Randolph Hearst e le sue testate furono poi estremamente zelanti nel diffondere l’idea che la “marijuana” fosse l’erba del diavolo, ben diversa dalla canapa cui la gente era abituata e che quanti ne facessero uso non potevano essere altro che individui socialmente pericolosi e di conseguenza inaccettabili. Profitto, controllo e repressione sociale: fu per la combinazione di questi fattori che la cannabis venne messa fuori legge non solo negli Stati Uniti ma anche in buona parte delle nazioni del globo.
La pianta di cannabis venne ufficialmente dichiarata illegale a Ginevra nel 1925, durante la Convenzione Internazionale sul Controllo dei Narcotici, organizzata da quella che allora si chiamava Società delle Nazioni, ovvero la primissima organizzazione intergovernativa nata dalle macerie della prima guerra mondiale e che contava l’adesione di 42 stati, Stati Uniti e Germania esclusi. Sebbene l’intento della convenzione fosse soprattutto quello di regolare il mercato di oppio e cocaina, la cannabis venne aggiunta all’agenda su richiesta di Egitto e Turchia.
Entrambi i Paesi avevano finora basato le loro convinzioni proibizioniste sull’interpretazione della legge islamica ed entrambi i Paesi avevano appena aperto alla secolarizzazione della società ma necessitavano di mantenere il controllo su una popolazione i cui costumi erano in procinto di cambiare. Il delegato egiziano denunciò ad esempio come il consumo di hashish fosse la causa del 30-60% delle malattie mentali registrate nel suo Paese. Queste ed altre affermazioni non vennero investigate dalla Società delle Nazioni fino a 10 anni dopo la messa al bando della canapa, nel 1935. Undici anni dopo, anche la Società delle Nazioni cadeva sotto il fallimento della Seconda Guerra Mondiale e nel mondo si instaurava quella polarizzazione che per altri 43 anni prese il nome di Guerra Fredda. Il resto è storia, ancora un po’ fumosa ma comunque identificabile in una fortissima influenza politica e culturale da parte di USA e URSS, nei confronti delle rispettive aree di influenza.
Se i sovietici non hanno mai avuto ufficialmente nulla da ridire sulla canapa – la Russia era uno dei maggiori produttori di canapa tessile –, gli americani d’altro canto volevano continuare a servirsene per i propri scopi di controllo sociale. Nel 1961 le Nazioni Unite – la versione riveduta e corretta del primo esperimento post Guerra mondiale – organizzarono la Convenzione unica sugli stupefacenti, il cui scopo dichiarato era quello di aggiornare tutta la giurisprudenza in materia di droghe e di creare una classificazione degli stupefacenti in base alla loro (presunta) pericolosità. La cannabis finì nella stessa tabella degli oppiacei e della cocaina, in quanto “provoca immediata dipendenza” e di conseguenza rischiosa per la salute pubblica. Solo l’uso medico scientifico rimase in qualche modo permesso ma l’Organizzazione Mondiale per la Salute, su consiglio di Anslinger, si affrettò a dire che la cannabis non aveva alcun valore nella medicina moderna, facendola sprofondare allo livello degli intrugli di fattucchiere e ciarlatani.
Nonostante tutto ciò, per la fine degli anni ’60 gruppi sempre più nutriti di cittadini cominciavano ad interrogarsi sui risultati o, sarebbe meglio dire, sulla mancanza di risultati del proibizionismo sulla cannabis. In quello stesso 1968 che vide montare proteste in tutto il mondo occidentale, Richard Nixon arrivò alla Casa Bianca: mr. President non era certo un fan dei movimenti e della cosiddetta “controcultura”, per questo mantenne saldo il sistema proibizionista, piegandolo spesso a mero strumento per il raggiungimento dei suoi fini politici.
Come perfettamente sintetizzato da uno dei suoi collaboratori più stretti, intervistato ai microfoni della CNN: “Ma quali comunisti? Allora la Casa Bianca aveva 2 nemici: i pacifisti e le persone di colore”. L’ex capo degli interni dell’amministrazione Nixon e figura di spicco nello scandalo Watergate, John Ehrlichman, ha candidamente affermato: “Sapevamo perfettamente di non poter rendere illegale essere contro la guerra o essere nato con la pelle più scura, ma di certo potevamo portare l’opinione pubblica ad associare gli hippie con la marijuana e i negri con l’eroina. Li abbiamo criminalizzati all’estremo, abbiamo distrutto comunità intere. Potevamo arrestare i loro leader, perquisire le loro case, interrompere i loro incontri e soprattutto calunniarli giorno dopo giorno ai telegiornali. Se sapevamo di mentire riguardo le droghe? Certo che si”.
La proibizione sulla cannabis ha rappresentato per diverse decadi un utile strumento per indebolire membri della società che sono visti come ingovernabili o indesiderati. Questo stigma purtroppo permane: la società italiana, così come il “progredito mondo occidentale” offrono tutt’oggi fulgidi esempi di intolleranza e pregiudizio verso la pianta e chi la utilizza.

Ma forse c’è di che ben sperare. I cosiddetti “millenials”, da intendersi come quanti hanno ora tra i 20 e i 36 anni, sono diventati soggetti adulti in un’epoca di forte cambiamento sociale che, tra gli altri tabù, ha cominciato a normalizzare anche la cannabis e i suoi utilizzi. L’inarrestabile corsa all’oro verde degli Stati Uniti, assieme ad alcune sacche di resistenza europee come i Paesi Bassi e la Spagna, hanno presentato all’opinione pubblica una qualità dimenticata della cannabis: il potenziale economico. La combinazione di questi due fattori ­– di nuovo sociale ed economico – hanno portato ad un lento ma costante cambiamento nell’atteggiamento verso la canapa, al punto che il numero milennials che apertamente supportano e utilizzano cannabis è raddoppiato solo negli ultimi 10 anni. E questo anche grazie al fatto che la narrativa che presenta la canapa sotto una luce stigmatizzante e proibizionista si è rivelata completamente falsa e tendenziosa. La popolazione giovane del XXI° secolo non ha più paura della cannabis, quanto piuttosto dell’intrusione dello Stato nelle loro vite private. Ed è forse soprattutto per questa ragione che i millenials danno ancora risposte evasive sul reale utilizzo di cannabis: diverse scuole di pensiero pensano infatti che i numeri ufficiali sul consumo siano decisamente sottostimati.
Nonostante lo stigma si regga ancora in piedi (anche se su una sola gamba), la casistica ha ampiamente dimostrato come l’uso ludico di cannabis non precluda di essere un membro della collettività comunque produttivo e funzionale. È il segreto di Pulcinella: lo sanno i fumatori e lo sanno quanti hanno a che fare con loro nella vita di tutti i giorni. L’allarmismo dei conservatori alla Giovanardi vede la normalizzazione della cannabis come il sintomo più evidente di una “catastrofe sociale” ma quanti hanno ancora un briciolo di attaccamento alla realtà sono incoraggiati a spernacchiare le uscite di questo tenore e a considerare la pianta di canapa come innocua.
È questo tipo di pensiero arretrato, rappresentato da relitti come Giovanardi, ad essere è il primo nemico della cannabis, sono queste affermazioni pubbliche a minare pesantemente il paziente e capillare lavoro informativo che gli attivisti portano avanti da decenni. Questo tristemente diffuso e disinformato stigma sulla cannabis, supportato da evidenze scientifiche posticce e dichiarazioni allarmiste, è ancora il più grande ostacolo alla piena legalizzazione della sostanza nel nostro Paese: la disfatta istituzionale della proposta di legge voluta dall’Intergruppo parlamentare ne è solo il più recente esempio.
Eppure basta una veloce ricerca online e un po’ di conoscenza del lessico medico per poter affermare con sicurezza che la cannabis è una sostanza particolarmente benigna ­– soprattutto se comparata alle altre droghe in tabella – e per capire che i potenziali danni o pericoli derivanti dal suo utilizzo sono spesso sovrastimati in modo grossolano. A onor del vero, per quanti non conoscono direttamente la sostanza, è parecchio difficile avere un’opinione informata e consapevole sulla marijuana, soprattutto se si considera che l’aria è spesso ammorbata da “fake news”, ovvero quegli assunti proibizionisti à la Serpelloni che sono stati testardamente riportati come scientificamente validi per decenni.
Ciò significa che quanti di noi vogliono far parte del cambiamento positivo e si investono dell’aggettivo “antiproibizionista”, quando si tratta delle politiche che interessano la cannabis, hanno la precisa e solenne responsabilità di impegnarsi senza paura sulla verità. In primis quando uno dei vecchi e stanchi stigma sociali viene ancora trascinato per giustificare un divieto ingiustificato sull’erba. Quanti condannano l’uso della cannabis come inaccettabile sono sullo stesso identico piano di quanti la ritengono un vizietto che deve essere nascosto: entrambi attingono dallo stesso pozzo di pregiudizio e stigma sociale. I giudizi supini non aiutano certo nel prendere buone decisioni e questo tipo di pensiero doppiopesista è ancor più dannoso quando viene codificato in leggi che rovinano la vita delle persone e ne compromettono la sussistenza.
Diciamolo forte e chiaro: la scienza così come la realtà dei fatti hanno largamente dimostrato che l’uso di cannabis da parte di adulti consenzienti non rappresenta un problema, né sanitario, né sociale. Nonostante la legge remi ancora contro, anche il belpaese sta cominciando ad abituarsi all’idea che un consumatore di cannabis non sia necessariamente un tossico che pesa sulla collettività e ne deve essere emarginato. Al giorno d’oggi, le persone con un minimo di istruzione credono sia ridicolo ragionare in questi termini.
Stiamo finalmente cominciando a emergere dal lungo incubo nazionale di divieto e di stigmatizzazione di coloro che scelgono di includere questa erba innocua, anzi benefica, come parte della loro vita quotidiana. Perché la cannabis, ovviamente, non ha nulla a che vedere con l’intelligenza o la sua mancanza. Non ha nulla a che vedere con la presenza o l’assenza di buon carattere, con la motivazione e il valore etico, o con la capacità fondamentale di gestire la propria vita. Ed è proprio per questa grande verità che lo stigma sociale che circonda la cannabis sta lentamente iniziando a scomparire.
 

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