Un’equazione sbagliata

Soft Secrets
07 Jul 2017

Il mondo antiproibizionista italiano di fronte all’ipotesi legalizzazione

Chi sono gli antiproibizionisti? Una domanda apparentemente elementare che però nel nostro paese non riesce ad avere una risposta univoca. Personalmente ho sempre creduto che questo termine calzasse quanti si battevano per la legalizzazione a 360° di una determinata sostanza – la cannabis, nel nostro caso – e si adoperavano per portare le loro istanze a livello istituzionale. Questo almeno quanto l’etimologia della parola suggerisce. Eppure nel nostro bello stivale, si sa, tutto si risolve (o riduce) facilmente in opinione e così anche il termine “antiproibizionista” è diventato opinabile. Ora che la discussione sulla legalizzazione della cannabis è entrata nel vivo dei lavori parlamentari e che la società civile ha rimosso il tabù legato allo spettro dello “stupefacente”, l’Italia ha davanti a sé la possibilità di riabilitare finalmente la pianta ma tra i soggetti che più attivamente si sono mobilitati per arrivare a questo punto, paradossalmente, non c’è accordo su come proseguire. Il punto fondamentalmente è uno ed è squisitamente dicotomico: marijuana terapeutica VS marijuana ricreativa. Ovvero, l’annosa questione pazienti contro consumatori ludici. È infatti innegabile che vi sia una differenza reale tra chi consuma cannabis per diletto e chi la consuma per necessità, che un malato di sclerosi multipla che fuma uno spinello venga visto in modo diverso da un liceale che compie lo stesso gesto. Ma ai fini del dibattito, distinguere tra pazienti e “fattoni” rappresenta spesso un autogol ed è qui che la nostra querelle va a parare. Se negli Stati Uniti e più in generale nel dibattito pubblico è avvenuto il cosiddetto “shift” che ha permesso lo sdoganamento della sostanza, lo si deve infatti soprattutto ai malati, che con la loro voce hanno ricordato al mondo come la cannabis sia prima di tutto un’erba medicinale e non una droga che porta automaticamente alla tossicodipendenza. In Italia il concetto lo abbiamo interiorizzato prima di altri in Europa e, con il decreto ministeriale n.98 del 28 aprile 2007 a firma dell’allora Ministro della Sanità Livia Turco, abbiamo riconosciuto l’uso medico della sostanza e segnato le linee guida con cui negli anni seguenti le regioni (11 ad oggi) avrebbero regolato la distribuzione e la copertura sanitaria. La legge Fini-Giovanardi e la pesante cappa ideologica che le ha fatto da corollario ne hanno purtroppo vanificato i risultati ma è un dato di fatto che nel nostro paese, il concetto di cannabis medicinale è istituzionalmente accettato e regolamentato da un decennio. Un’equazione sbagliata E qui arriviamo al nodo della questione che sta dividendo il mondo antiproibizionista italiano: se la cannabis medica è ad oggi una voce già presente in Gazzetta Ufficiale, possono davvero chiamarsi antiproibizionisti quanti trascurano l’uso ludico della cannabis e la presentano solo come farmaco? Una questione di forma che però non prescinde la sostanza: se l’approvvigionamento medico è già garantito – seppure con i suoi moltissimi limiti –, perché ha poco senso battersi per l’autoproduzione? Il testo che giace in attesa di essere discusso a Montecitorio è al momento l’unico proiettile in canna e, nel mondo cannabico, molti temono che la conditio sine qua non per l’approvazione della legge sia tranciare di netto il paragrafo relativo all’ammissibilità dell’autoproduzione fino a 5 piante e della coltivazione in forma associata. In tanti nel mondo antiproibizionista storcono il naso di fronte all’eccessivo entusiasmo mostrato nei confronti delle potenzialità di commercializzazione della canapa e spingono affinché si bypassi il mercato e si depenalizzi finalmente la coltivazione a scopo personale. D’altra parte, come dargli torto? Se si ha la possibilità di decidere le regole del nuovo gioco, perché stralciare di netto quelle potrebbero favorire le tasche del singolo cittadino e scalfire la grande industria? Una domanda che dovrebbe avere una risposta politica ma a cui spesso si risponde appunto con la diversificazione tra cannabis medica e ludica, o meglio, sminuendo il fattore ludico. Si risponde che la cannabis è un farmaco e che la standardizzazione dei suoi principi attivi è necessaria a garantire la tutela del paziente. Si risponde che la cannabis è comunque una sostanza da tenere controllata e che il fai da te non è consigliabile anche se l’erba non serve a curarti. L’idea che si trae dagli interventi delle associazioni che hanno partecipato alla stesura dell’attuale proposta di legge è che l’aspetto ludico del consumo sia naturalmente subordinabile a quello medico e che, se si vuole arrivare alla legalizzazione, sia necessario lasciare che siano il mercato e la politica a regolarne i termini, a partire dall’utilizzo medico. Un’equazione sbagliata alla radice, perché dimentica in primo luogo che la cannabis è una pianta e che in quanto tale non può essere aggettivata, né tantomeno ristretta a coltivazioni autorizzate. Un’equazione sbagliata nella misura in cui considera intrinsecamente alcuni fruitori diversi da altri e li esclude da un raggio di azione che dovrebbe interessare, arrivati al 2017, soprattutto le libertà civili. Davvero un peccato che queste frizioni tra gli antiproibizionisti italiani non riescano a risolversi ora, perché l’unica equazione di cui tutti conosciamo la positiva soluzione è che, in fondo, l’unione fa la forza. di Giovanna Dark
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