International Medical Cannabis Patients Coalition

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Interview IMCPC

Chi segue il nostro lavoro sul movimento per la cannabis terapeutica dovrebbe aver capito un aspetto centrale che sottende a tutto il dibattito contemporaneo, in Italia come all’estero: i pazienti che si curano con la cannabis rappresentano un’avanguardia sul campo, una ricchezza clinica in un contesto in cui la ricerca applicata all’essere umano fatica ancora ad essere sostenuta da una volontà politica chiara e unilaterale che abbia come presupposto ultimo il benessere dei cittadini. Molti pazienti insomma, oltre a curarsi a prescindere dalle leggi e dai medici, svolgono anche un importantissimo lavoro di conoscenza diretta di questa pianta e delle sue proprietà e, molti di loro, sono i primi ad aver sviluppato nel corso del tempo una competenza unica e preziosa, che riguarda cioè il piano dell’esperire sul terreno: diverse genetiche, diverse quantità e quindi differenti reazioni del proprio organismo. Di solito, per capirsi, è il medico che indirizza un paziente, in questo caso invece è il paziente (diventato attivo e non terminale di un sapere che lo esautora dall’agire) che prende in mano il proprio destino e percorre il sentiero della propria vita, cercando di uscire dall’oscuro e fitto bosco della propria patologia. Insieme alla canapa.

Questa premessa doverosa per inquadrare la dinamicità ed il coraggio di chi, malato, intraprende un cammino di ricerca sugli effetti della cannabis sulle proprie sintomatologie, da spazio all’intervista che segue a Sebastien Béguerie, ricercatore francese, che ha fatto del proprio rapporto con la cannabis e di quest’ultima con la propria patologia, l’asse centrale della propria vita, anche professionale. Sebastien è la dimostrazione che il paziente che si batte per i propri diritti rappresenta ormai un’immagine ricorrente anche al di fuori del nostro paese e che la nuova frontiera di questa lotta civile sarà coordinare i movimenti di pazienti a livello internazionale.

Buongiorno Sebastien, ti vuoi presentare ai nostri lettori?

Certamente, mi chiamo Sebastien Beguerie, ho 30 anni e dal 2008 ho una prescrizione medica per consumare cannabis. Nel mio caso specifico soffro di problemi di iperattività. Ho studiato per tutta la vita le piante e in particolare ho seguito un master di Scienza e fisiologia e mi sono specializzato nella produzione di fitocannabinoidi. Dal 2007 al 2008 sono stato in Italia presso il CRA di Rovigo dove lavora il Dott. Grassi lavorando alla tesi: “Propagazione aereoponica delle talee di cannabis terapeutica e capacità di radicamento in piante indiche, sative ed ibride”. Nel 2009 sono stato fra i cofondatori di UFCM (Unione francofona per la cannabis in medicina) e nel 2010 ho fondato Alphacat, società che produce kit di analisi per i cannabinoidi.

Oggi ti intervistiamo in merito alla nascita della Coalizione internazionali di pazienti. Con che scopo e come nasce questa Coalizione?

Quest’iniziativa ha preso forma la prima settimana di marzo, durante la Conferenza di Praga: “ Canapa medica e cannabinoidi: legislazione, ricerca e pratiche cliniche” . In Repubbica Ceca associazioni di pazienti in cura con cannabis provenienti da 13 differenti paesi in tutto il mondo hanno deciso di coordinarsi sotto la guida dell’americana ASA (Americans for Safe Access) per dichiarare urgentemente il diritto di ciascun malato a consumare liberamente, come meglio gli aggrada, trattamenti medici a base di cannabis. In particolare abbiamo deciso di unirci in prospettiva del 2016, anno in cui ci sarà una sessione straordinaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul problema del consumo di droga a livello mondiale e così ci proponiamo di far uscire la cannabis dalla tabella I e IV della Convezione unica del 1961 in maniera che la ricerca, la disponibilità e la distribuzione di cannabinoidi per fini medici venga incoraggiata.

Perché avete sentito il bisogno di un’altra associazione che lavorasse nel settore della cannabis terapeutica?

Perché al giorno d’oggi noi pazienti viviamo un’emergenza continua anche in relazione all’amalgama che si compie di fatto in materia di consumo di cannabis. Per noi malati è importante dissociare il movimento dei pazienti dal più ampio movimento per la legalizzazione. Vogliamo allertare i nostri interlocutori sul fatto che non possiamo più restare in attesa perché molti dei nostri membri saranno morti al momento della vittoria della legalizzazione e quindi miriamo a compiere un’attività di lobby a livello internazionale in questa direzione. La settimana successiva alla nostra costituzione, ad esempio, siamo stati a Vienna dove ha avuto luogo una riunione preparativa a quella del 2016 e grazie alla nostra coalizione abbiamo potuto portare le nostre raccomandazioni riguardo ai cambiamenti della Convenzione unica del 1961 per escluderne, in pratica, la cannabis.

In che misura, in quanto paziente, credi che sia legittimo il tuo percorso di automedicazione?

Il mio percorso personale è legittimo da un lato sulla base della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo [NDR. Art. 25 afferma che: “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari” ]. Dall’altro lato la mia esperienza si fonda sulla base dei numerosi studi scientifici esistenti, ad esempio nel campo della neurologia, che nell’ultimo tempo hanno reso le ricerche sui cannabinoidi fra le più pubblicate e le più discusse. Noi utilizziamo questo corpus di ricerche per indirizzarci nei confronti della classe medica. Il nostro lavoro è quello di condividere queste informazioni.

Cosa intendete per Safe Access (in italiano Accesso Sicuro)?

Avere a disposizione cannabis la cui qualità è sotto controllo e che si possa essere seguiti da professionisti della salute. Al momento molti di noi si dedicano all’autoproduzione e all’automedicazione, noi chiediamo che questa situazione di fatto sia inquadrata dalla legge, che la sanità pubblica ci possa riconoscere e quindi proteggere. Nelle nostre linee guida invitiamo tutti i paesi e gli stati ad instaurare un regime d’accesso a questo farmaco ed ai suoi derivati, che sia stabile, sicuro ed economicamente accessibile per tutte le persone per le quali tale trattamento può essere indicato.

E cosa significa per te concretamente Safe Access? Come ti approvvigioni per la tua medicina?

In Francia l’accesso è uguale a zero. La legge non prevede che un medico possa prescrivere cannabinoidi e quindi, nonostante io abbia una ricetta medica di un dottore francese non posso farci nulla se non ritirare la mia medicina presso le farmacie frontaliere vicino all’Olanda o all’Italia. Il paradosso è totale. Come francese sono un malato di serie B rispetto a questi paesi europei. Per me la cannabis è un regolatore del comportamento quando non fumo soffro di picchi di buon e cattivo umore.

Come si compie il passaggio che fa di un malato un’attivista della cannabis terapeutica?

Nel mio caso quando ci si ritrova nell’illegalità a dover frequentare reti criminali e mafiose che finanziano il terrorismo e che contribuiscono alla stigmatizzazione del consumatore di cannabis. La volontà di uscire da questo meccanismo è stata alla base delle mie scelte: militiamo perché il nostro status venga riconosciuto e si possa uscire finalmente dallo stigma sociale e dalle condanne penali. Nel contesto contemporaneo, dove le informazioni di tutto il mondo sono fruibili in tempo reale, non possiamo più permetterci di ignorare quel che avanza in questo settore, ma anzi, al contrario, bisogna prendere in carico queste novità ed integrarle nella pratica medica di tutti i giorni.

Come pensate di muovervi a livello strategico nei mesi a venire?

Il primo passo è l’informazione dei professionisti della salute e del corpo politico, ogni anno da 3 a questa parte organizziamo delle conferenze con questo obbiettivo, quest’anno a Strasburgo è venuto anche il dottor Raphael Mechoulam, famoso per aver sintetizzato il THC per la prima volta nella storia [NDR]. In secondo tempo oltre all’informazione puntiamo alla formazione vera e propria della classe medica.

Cosa può fare un paziente italiano per sostenervi?

Prendere contatto con le associazioni di malati a livello nazionale, nel caso italiano con LapianTiamo e con Associazione Cannabis Terapeutica.

Quali erano le nazioni più rappresentate nel vostro incontro? Chi sono i vostri iscritti e cosa pensi della situazione italiana?

I tre quarti delle persone che fanno parte delle nostre associazioni sono dei miracolati della medicina grazie alla cannabis, è un cammino che si ritrova molto spesso. Alla nostra riunione fondativa erano presenti molti americani, israeliani, ma anche sloveni, olandesi, austriaci, cechi e italiani. Io credo che se i militari italiani riusciranno a mettersi a regime l’Italia potrà diventare leader nella produzione di cannabis medica.

Vuoi concludere l’intervista sottolineando ancora qualcosa che ti preme?

Voglio solo dire che è arrivato il momento per il sistema della salute internazionale di aprire gli occhi per il benessere dei malati del pianeta intero visto che ormai è chiaro che il proibizionismo rispetto a questa pianta è stato un enorme errore storico.

Questa è la voce d’oltralpe di Sebastien Beguerie, parlando con questo ragazzo appassionato e attivista mi stacco per un momento dalla realtà italiana per attingere notizie da chi si muove su fronti europei. Ma in Italia come siamo messi al giorno d’oggi?

Beh, al giorno d’oggi nel nostro splendido paese bisogna veramente chiedersi se la priorità dei nostri legislatori sia salvaguardare il loro margine di manovra in termini di future elezioni o se fra quella che è diventata tristemente celebre come la “Casta” esista ancora qualche persona onesta che si è fatta eleggere in quanto strumento della propria base elettorale, una base elettorale che ha fra le sue istanze più urgenti quella di migliorare la fruizione di cannabis per motivi medici.

Pongo questa domanda perché nel Parlamento italiano, nonostante sia il più giovane d’Europa, le sensibilità convogliate dal tema “Cannabis e medicina” sono davvero poche e soprattutto senza una volontà politica condivisa che vuole incidere concretamente nel cambiare il contesto culturale nazionale che vede ancora, ahinoi, la prescrizione di cannabis per fini medici come un argomento di secondo piano, come se i cittadini che si curano con questo farmaco non avessero nessuna fretta di vedersi riconosciuto un accesso terapeutico lineare, economico e di qualità.

La cesura è netta, da una parte i pazienti e le loro esistenze sofferenti che in certi casi dimostrano con l’esempio quanto sia possibile fare per rendere la cannabis un farmaco di facile accesso e dall’altro lato tutte le persone che a vario titolo intervengono sulla questione, complicando invece che risolvendo e spesso lasciando più fumo che arrosto in termini di reali cambiamenti.

Venendo alla cronaca recente, proprio prima di pasqua il senatore M5S Lello Ciampolillo ha presentato un disegno di legge. Come riportato da Repubblica il senatore afferma: “La coltivazione della cannabis potrebbe favorire molti malati, che già la utilizzano per gli effetti terapeutici nella cura di malattie come la SLA e la depressione, nelle terapie del dolore”.
La coltivazione in casa “consentirebbe anche di liberare i giovani da eventuali rapporti con la criminalità”.

Dire di tutelare i malati permettendo di coltivare ai maggiorenni 4 piante è fare molta confusione fra uso terapeutico e regolamentazione in generale. Resta che questo volto a me nuovo della politica almeno prova a mettere in moto un dibattito e sembra aver chiaro che i malati non hanno tempo da perdere.

Pietra nello stagno o troverà sponde di Governo?

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